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Il voto di protesta

 

di Pierre Carniti

Stando alle ultime sortite le speranze residue, soprattutto di Casini, Alfano e Maroni, sembrano aggrappate alla possibilità di promuovere un “election day”. Di raggruppare cioè, assieme alle elezioni regionali già previste a febbraio, anche quelle nazionali. Ovviamente  la motivazione è che occorre risparmiare soldi pubblici. Considerato che siamo in tempi di vacche magre. Tuttavia, questo intento lodevole è al massimo accessorio, marginale. Se non addirittura strumentale. Perché la giustificazione vera è che qualora il voto regionale dovesse precedere di qualche mese quello nazionale difficilmente si riuscirebbe ad evitare una replica di quanto è avvenuto  in Sicilia. Vale a dire: la vittoria dell’astensionismo, l’avanzata dei grillini ed il crollo dei consensi per le forze della Seconda Repubblica. Non occorre essere degli esperti di “scienze politiche” per capire che un simile responso, alla vigilia della competizione per il rinnovo del Parlamento, potrebbe manifestarsi letale per la tenuta dell’attuale sistema. Quindi l’impegno a cercare di unire nella stessa giornata i test regionali con quello nazionale è  funzionale al disperato tentativo di partiti impegnati a scongiurare il rischio di soffocamento. Che provano a mascherare la perdita dei consensi. Che immaginano di riuscire a rinviare il più possibile nel tempo la propria fine.  Che non disperano circa la possibilità che possa addirittura verificarsi un improbabile miracolo. Si possono dunque capire le ragioni di questi maneggi, di queste furbizie che assorbono la maggior parte delle energie degli alchimisti (e dei notabili) della politica. Tuttavia essi farebbero bene a non dimenticare che le astuzie della volpe non entrano mai nella testa del leone. Il quale agisce (e reagisce) sempre seguendo soltanto i propri istinti.

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Non si può soltanto rosicare

di Raffaele Morese

Dopo quello che sta emergendo dai bassifondi (neri e meno neri, e questi più sfacciati dei primi) di molte Regioni, sono sempre più convinto di quello che ho scritto qualche tempo fa su questo blog. Via le Regioni dal nostro ordinamento istituzionale. Non sono d'accordo con Onida che, sul Corriere della  Sera di lunedì 24, replica ad Ainis (I pachidermi delle Regioni, Corriere della sera, 22/9/2012) che aveva elencato le ragioni strutturali del degrado di questo livello di democrazia. Il primo ha difeso l'istituzione e ha scaricato ogni responsabilità sui comportamenti individuali. Questi ovviamente sono di un'enormità sconfinata perchè avulsi da ogni pur minima etica civile e morale. Ma è il livello e i contenuti dell'azione amministrativa che fa acqua e mette una pietra tombale sull'articolo V della Costituzione. Con buona pace per il centrosinistra (non la Lega, si badi), che fu il promotore di quel disegno federativo.

Ma, chi è convinto che la Regione è ormai un'entità istituzionale e democratica superata dagli eventi, non può soltanto "rosicare" ed esprimere tutto il proprio sdegno. Deve agire. Per esempio chiedendo ai partiti che si presenteranno alle prossime elezioni politiche di mettere nei propri programmi il superamento delle Regioni. Raccogliamo le firme?

Il vero dono non vuole la reciprocità

di Enzo Bianchi

Esiste ancora il dono, oggi? In una società segnata da un accentuato individualismo, con i tratti di narcisismo, egoismo, egolatria che la caratterizzano, c’è ancora posto per l’arte del donare? Ecco una domanda a mio avviso decisiva: nell’educazione, nella trasmissione alle nuove generazioni della sapienza accumulata, c’è attenzione al dono e all’azione del donare come atto autentico di umanizzazione? C’è la coscienza che il dono è la possibilità di innescare i rapporti reciproci tra umani, qualunque poi sia l’esito?

Da una lettura sommaria e superficiale si può concludere che oggi non c’è più posto per il dono ma solo per il mercato, lo scambio utilitaristico, addirittura possiamo dire che il dono è solo un modo per simulare gratuità e disinteresse là dove regna invece la legge del tornaconto.  In  un’epoca  di  abbondanza  e  di  opulenza  si  può addirittura praticare l’atto del dono per comprare l’altro, per neutralizzarlo e togliergli la sua piena libertà.

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Riusciranno i nostri eroi….!?..

di Pierre Carniti

“Vorrei sapere da lor signori”, disse la Fata, rivolgendosi ai medici riuniti  intorno al letto di Pinocchio, “vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo?…” A questo invito il Corvo,  facendosi avanti per primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi e quando ebbe tastato ben bene, pronunciò solennemente queste parole: “A mio credere il burattino è belle morto, ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio che è sempre vivo!” “Mi dispiace”, disse la Civetta, “di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega, per me invece il burattino è sempre vivo, ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!”

L’immortale prosa di Collodi è tornata prepotentemente alla mente leggendo le prognosi sullo stato di salute dell’Europa e dell’Italia dilagate per tutta l’estate, nonostante l’afa ed il caldo torrido, con il volenteroso apporto di politici loquaci, di opinionisti saccenti ed economisti sentenziosi. Dalle loro illuminanti analisi abbiamo potuto trarre il consolante convincimento che, così come il cavaliere de La Palisse il quale “un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita”, anche l’euro, se non implode, riuscirà a reggere. A sua volta l’Italia, se non va in default, potrà continuare a restare nell’euro. Rassicurati da queste penetranti diagnosi dovremmo poter affrontare con maggiore sicurezza i gravi problemi con i quali siamo alle prese, sia come Europa che come Italia.

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Come si salva l' Ilva

Intervento di Gianni Florido – Presidente della Provincia di Taranto 

Un amico avvocato che era alla manifestazione sindacale interrotta così platealmente  da pochi contestatori che “si sono presi la piazza”, mi ha confessato di aver pianto nell’accorgersi che in quella piazza non c’era più la classe operaia.
Mi diceva, e io condividevo, che mai ai nostri tempi sarebbe potuto accadere. Ho solo aggiunto che una classe operaia come quella che abbiamo conosciuto non solo non c’è più ma mai più ci sarà.
Quella era la classe operaia figlia dei grandi partiti popolari e del conflitto permanente che si era formata sul terreno della conquista dei diritti e che portò, nel 1970, all’approvazione dello Statuto dei lavoratori. Nella Italsider-Ilva pubblica i sindacati raggiunsero quasi l’80% di iscritti tra operai e impiegati e l’azienda, che aveva per proprietà lo Stato e i partiti, salvo che nei primi anni di insediamento, considerò il sindacato come una parte della catena di comando dell’impresa. Riva, appena arrivato, ha, per scelta ideologica e di interesse, annichilito quel modello codecisorio e lo ha fatto non solo “combattendo” il sindacato fino a ridurlo a poca cosa ma anche cancellando il peso sociale di un’azienda, quella pubblica, che con il circolo Vaccarella, la stagione teatrale Italsider, gli Internazionali di tennis e il coevo e molte volte malato rapporto con le aziende locali aveva costruito attorno a sé una rete di consensi, e anche di silenzi, che si sono poi trasformati, anche con giustezza, in contrapposizione ed estraneità.

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Il Presidente Monti, Bud Spencer e Terence Hill

di Marino Lizza

Per salvare l’Italia dalla bancarotta il Presidente Monti è impegnato nella difficile partita europea per garantire la tenuta della moneta unica. Fortunatamente nelle ultime settimane alcuni pesi massimi hanno apertamente dichiarato di giocare nella stessa squadra, impegnandosi a superare la riottosità dei loro fronti interni (il board della BCE per il Presidente Draghi e la coalizione di governo per la cancelliera Merkel). Un  altro importante membro della squadra, Il Presidente Hollande, non ha problemi interni, disponendo di un potere politico praticamente senza precedenti nella storia della quinta Repubblica. Se sarà capace di tirare la Francia fuori dalle nebbie del neo-protezionismo e dell’eccessivo protagonismo dello Stato nell’economia darà un contributo decisivo per la ripresa di tutto il continente.


Da buon economista Monti utilizza la regola dell’asservimento di tutti (o quasi) gli strumenti a sua disposizione nel tempo dato per conseguire l’arduo obiettivo di mettere i conti in ordine, precondizione perché l’Italia non trascini l‘Euro nel baratro. La politica fiscale restrittiva e il depennamento della concertazione sono entrambi strumentali al pareggio di bilancio, dal punto di vista algebrico la prima, da quello della capacità di manovra la seconda. Ovviamente una tale politica è musica per le orecchie delle cancellerie europee, che non sono chiamate a garantire il benessere futuro di italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi e greci, ma si occupano della tenuta dello status quo quale pilastro della prosperità dei loro concittadini.

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Uscire dal declino: ripartire REDDITI e LAVORO

di Flavio Pellis

La lezione fondamentale che si ricava dell’esperienza della crisi e dei suoi effetti, è che non è possibile affidarsi a mercati incontrollati ed autoregolamentati, ma serve una risposta economica più razionale e lungimirante (vedi il recente Documento del Pontificio Consiglio sul sistema finanziario); tralasciando per brevità  approfondimenti su Eurolandia (tra cui la possibilità di unire austerità e crescita, che serve solo a giustificare la logica ferrea del rigore, ma la pessima idea dell'austerità in piena depressione genera recessione e disgregazione), restiamo da noi ed alla questione centrale: cioè per uscire dal declino serve più crescita e più occupazione.

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DICO UNA BESTEMMIA, VIA LE REGIONI

di Raffaele Morese

Con la spending review si consolida il requiem per le Province. Non per tutte, ma per una buona fetta. E non perchè sono le più spendaccione. Pare che non abbiano più neanche i soldi per far ripartire il prossimo 'anno scolastico. Chiusura per riduzione dei livelli istituzionali, si dice. Ma si è fatta veramente una discussione seria su ruolo ed utilità dei vari livelli istituzionali che ha questo Paese? Soprattutto se la prospettiva, che tutti conclamano (non so se sinceramente o no), è quella degli Stati Uniti d'Europa e quindi di un trasferimento di sovranità a quel livello?

Ma anche a prescindere da questa avveniristico scenario, siamo certi che stiamo eliminando il tassello giusto? A me sembra che la Provincia, essendo l'anello debole (per le funzioni che svolge) dell'impalcatura istituzionale del Paese, sia stata scelta dai partiti come l'agnello sacrificale di un'esigenza sacrosanta, come quella della semplificazione dei livelli elettivi, decisionali  e di potere. I soldi risparmiati sono relativamente pochi, i posti per fare buone o cattive politiche relativamente rilevanti. C'è da scommettere che non se ne accorgerà nessuno che non andremo più a votare per le Province ma il malumore sulla "cattiva" politica rimarrebbe intatto.

Ci sarebbe altro da fare. Mettere sotto la lente di ingrandimento le Regioni, il loro ruolo, la loro efficacia sia per il benessere dei cittadini che della democrazia. Quanto al primo, parliamoci chiaro: le Regioni sono importantii soltanto per la sanità. L'80 % o più dei loro bilanci sono destinati alla tutela della salute dei cittadini. Ma ha senso avere 25 sistemi di sanità e così scoprire che una siringa può costare o 0.6 euro oppure 3 euro a seconda della gara fatta in questa o quella Regione? Ciascuno di noi vorrebbe essere certo di poter essere tutelato allo stesso modo a Marsala o a Bolzano. Ma, dopo tanti anni di esistenza delle Regioni, questo obiettivo non è stato raggiunto; anzi, sembra sempre più irragiungibile. E se la sanità ritornasse ad essere competenza nazionale, sia pure con articolazioni funzionali a scala territoriale, il ruolo della Regione sarebbe fortemente ridimensionato.

Ma anche sul piano della democrazia ci sarebbe molto da dire. Sia perchè quel livello è largamente esposto a rischi di mal governo se non di corruzione reiterata, sia perchè non lo si può certo esporre come un luogo di eccellenza per lai formazione della classe dirigente politica. Basta fare mente locale a chi è diventato leader a livello nazionale, venendo dall'esperienza regionale;  si scoprirebbe che non si va oltre le dita di una sola mano. E, a naso, il risparmio di risorse sarebbe enormemente superiore a quello della scomparsa delle Province. Certo, la Lombardia perderebbe il privilegio di avere una sua rappresentanza diplomatica a Washington, ma forse avrebbe qualche anziano in più meglio assistito in Brianza.

Pensiamoci, fin che siamo in tempo.

N.B. Questa idea è strettamente personale e non coinvolge affatto l'Associazione Koiné            

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