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Monti candidato: risoluto o insicuro?

27/12/12 - Pierre Carniti

Lo scioglimento delle Camere e la convocazione delle elezioni hanno accresciuto il tasso di confusione e di nervosismo che abitualmente domina la politica italiana. Anche Monti, nella sua lunga conferenza stampa di commiato, domenica 23 dicembre, si è buttato nella mischia. Non senza ambiguità. Che per altro sono il tratto tipico della politica italica. E così tra un: “mi candido senza candidarmi”, un “ci sono, ma non ci sono” si è avuto l’impressione di avere di fronte un insicuro che si paragonava a De Gasperi pensando però di essere il nuovo Cavour. Insomma se si debbono prendere per buone le sue dichiarazioni, ascoltate nella maratona televisiva nella quale gareggiava con il Cavaliere, potremmo definirlo  un candidato riluttante, sdegnoso, recalcitrante. Ma tutt’altro che indisponibile. Tant’è che solo tre giorni dopo non ha esitato a proclamare: “Saliamo in politica per rinnovarla”. Formula che non si sa bene cosa significhi. Ma che in concreto potrebbe preludere ad una candidatura a premier per conto di una coalizione. Oppure potrebbe trattarsi di una semplice strizzata d’occhio agli “ottimati”

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Lo spread ossessione a ragione la politica

di raffaele morese

Mi dispiace dover ricorrere allo spread per rendere più sintetico un breve ragionamento. Ma mi conforta il ricordo di quando, assieme ad altri sindacalisti venivamo chiamati da Ciampi, allora Presidente del Consiglio di un Governo che doveva proseguire il lavoro di ricostruzione della credibilità dell'Italia avviato da Amato (siamo nei primi anni 90 e a ridosso dell'accordo sulla politica dei redditi), e ci accoglieva leggendoci i dati del differenziale tra il marco e la lira che, piano piano, si accorciava. Era il suo modo di spiegarci come la pensava sulla gestione dell'economia. Uno stile alquanto differente da quello di Berlusconi che,  nel riceverci durante il suo primo Governo, ci leggeva in dati su come e  quanto spendevano le aziende in pubblicità.

Ebbene, lo spread è sceso sotto quota 300 dopo le primarie dell' “Italia bene comune” ed è salito sopra 350 dopo che Berlusconi ha fatto il doppio annuncio: staccare la spina a Monti e ritornare in campo per le elezioni politiche. Il mercato finanziario non ha mai ragione a priori e bada innanzitutto ai fatti propri; ma anche e perfino questi, alla fin fine, attengono alla credibilità e solidità dei sistemi economici. E l'Italia si dimostra ancora fragile e inaffidabile, se la sua politica invece di fornire ai cittadini una legge elettorale meno sgradevole del porcellum, un provvedimento che blandamente impedisca ai condannati penali di essere eletti e misure efficaci per non far chiudere aziende come l'ILVA, pensa a come sopravvivere.

Ma il momento della verità è vicino. A breve si andrà a votare e verificheremo come la pensano gli italiani. C’è da augurarsi che vogliano uno spread che cali ancora più dei 285 punti che ha indicato recentemente Monti come suo obiettivo auspicabile. Per poter realisticamente puntare a politiche di crescita  e di equità bisogna essere al riparo dalle incertezze della finanza pubblica e delle scelte degli investitori. E solo se c’è questo consolidamento, si può dare slancio a l’una e all’altra politica con scelte anche ardite come la ripartizione forzata del tempo di lavoro e una rimodulazione del carico fiscale che non coinvolga soltanto il patrimonio immobiliare (anzi lo alleggerisca, perchè l’IMU è una patrimoniale iniqua), ma anche quello mobiliare.

 

 

VOGLIO FARE UNA SCOMMESSA

Raffaele Morese

 

Accetto scommesse su come sarà utilizzato l'accordo sul salario di produttività, al quale manca la firma della CGIL. Io sono certo che gli accordi che verranno fatti a questo titolo nelle aziende avranno la firma dei rappresentanti della CGIL, sia nazionali che locali, che di fabbrica. Non vedo ragione perchè si debbano tirare indietro da una discussione che ha per oggetto la produttività del lavoro - che ovviamente è questione da maneggiare con cura - ma che, una volta realizzata, può provocare un aumento del salario reale, spesso significativo, data la bassa tassazione fiscale ipotizzata dalla vicina legge di stabilità, per i prossimi tre anni.

La mia non è una lettura nella palla di vetro. Nei due anni passati, l'incentivo fiscale previsto è stato utilizzato tutto e nel 2011 è stato anche superato. Non ci sono notizie di accordi separati al riguardo, salvo qualche mosca bianca e naturalmente la nebulosa Fiat. Per il futuro, le prospettive di uscita dalla crisi sono ancora fragili, ma le probabilità che le imprese osino investire di più, attrezzarsi di più in vista di una ripresa dei consumi, riorganizzarsi per meglio raggiungere i mercati più lontani sono certamente maggiori che in passato. Tutto ciò, implicherà crescita della produttività e quindi intese nelm solco dell'accordo del 21 novembre.

Semmai sarà interessante verificare se i sindacati riusciranno ad utilizzare appieno quell'accordo, cercando di far coesistere più produttività con più occupazione o si accontenteranno di tutelare al meglio i "padri". C'è il rischio che i "figli" non vedano in quest'accordo niente che  possa interessare loro. Ma tutto dipende dalla sua gestione. Se resterà lettera morta il riferimento alla prospettiva di metà pensione e metà lavoro per i più anziani, se non avrà seguito la previsione di considerare la ripartizione del lavoro che c'è come elemento della produttività, il pessimismo avrebbe buon mercato. C'è da augurarsi, invece, che le cose vadano nella direzione di una maggiore diffusione della logica della solidarietà, da far coesistere con quella economicistica.

La CGIL non può correre l'alea di non firmare a Roma e di firmare in periferia. Non sarebbe serio, né auspicabile che ciò accada. Quanto ha chiesto, in finale di trattativa, è legittimo, sia che si tratti della detassazione della tredicesima che del ruolo contrattuale della FIOM. Ma questo vale l'autoesclusione dall'intesa sul salario di produttività?    

Produttività? Modello PARTECIPATIVO!

di Flavio Pellis
Nel suo ultimo articolo (note ISRIL n.36) il prof. Giuseppe Bianchi ha affrontato il tema della produttività, evidenziando come bisogna ragionare di “produttività economica misurata in termini di valore aggiunto pro-capite” anziché di “produttività fisica, misurata in termini di output per unità lavorativa”; cioè “stimolare la qualità innovativa dei prodotti e dei processi che non le quantità, aprendo una riflessione sulle nuove organizzazioni del lavoro e sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione ed ai benefici di una strategia basata sul miglioramento continuo”; quindi, più che “le quantità prodotte vale il valore economico della produzione ottenuto attraverso la creazione di nuovi prodotti, nuovi processi, nuove istituzioni di partecipazione, nuove competenze”, concludendo che “la scarsa competitività delle imprese italiane è soprattutto imputabile ad una loro limitata propensione ad innovare, che è invece la carta vincente dei nostri campioni nazionali”.
Ne deriva la domanda sul come “rimettere in moto il motore della produttività creando le necessarie condizioni di consenso basate sulla reciprocità degli interessi”.

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Il voto di protesta

 

di Pierre Carniti

Stando alle ultime sortite le speranze residue, soprattutto di Casini, Alfano e Maroni, sembrano aggrappate alla possibilità di promuovere un “election day”. Di raggruppare cioè, assieme alle elezioni regionali già previste a febbraio, anche quelle nazionali. Ovviamente  la motivazione è che occorre risparmiare soldi pubblici. Considerato che siamo in tempi di vacche magre. Tuttavia, questo intento lodevole è al massimo accessorio, marginale. Se non addirittura strumentale. Perché la giustificazione vera è che qualora il voto regionale dovesse precedere di qualche mese quello nazionale difficilmente si riuscirebbe ad evitare una replica di quanto è avvenuto  in Sicilia. Vale a dire: la vittoria dell’astensionismo, l’avanzata dei grillini ed il crollo dei consensi per le forze della Seconda Repubblica. Non occorre essere degli esperti di “scienze politiche” per capire che un simile responso, alla vigilia della competizione per il rinnovo del Parlamento, potrebbe manifestarsi letale per la tenuta dell’attuale sistema. Quindi l’impegno a cercare di unire nella stessa giornata i test regionali con quello nazionale è  funzionale al disperato tentativo di partiti impegnati a scongiurare il rischio di soffocamento. Che provano a mascherare la perdita dei consensi. Che immaginano di riuscire a rinviare il più possibile nel tempo la propria fine.  Che non disperano circa la possibilità che possa addirittura verificarsi un improbabile miracolo. Si possono dunque capire le ragioni di questi maneggi, di queste furbizie che assorbono la maggior parte delle energie degli alchimisti (e dei notabili) della politica. Tuttavia essi farebbero bene a non dimenticare che le astuzie della volpe non entrano mai nella testa del leone. Il quale agisce (e reagisce) sempre seguendo soltanto i propri istinti.

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Non si può soltanto rosicare

di Raffaele Morese

Dopo quello che sta emergendo dai bassifondi (neri e meno neri, e questi più sfacciati dei primi) di molte Regioni, sono sempre più convinto di quello che ho scritto qualche tempo fa su questo blog. Via le Regioni dal nostro ordinamento istituzionale. Non sono d'accordo con Onida che, sul Corriere della  Sera di lunedì 24, replica ad Ainis (I pachidermi delle Regioni, Corriere della sera, 22/9/2012) che aveva elencato le ragioni strutturali del degrado di questo livello di democrazia. Il primo ha difeso l'istituzione e ha scaricato ogni responsabilità sui comportamenti individuali. Questi ovviamente sono di un'enormità sconfinata perchè avulsi da ogni pur minima etica civile e morale. Ma è il livello e i contenuti dell'azione amministrativa che fa acqua e mette una pietra tombale sull'articolo V della Costituzione. Con buona pace per il centrosinistra (non la Lega, si badi), che fu il promotore di quel disegno federativo.

Ma, chi è convinto che la Regione è ormai un'entità istituzionale e democratica superata dagli eventi, non può soltanto "rosicare" ed esprimere tutto il proprio sdegno. Deve agire. Per esempio chiedendo ai partiti che si presenteranno alle prossime elezioni politiche di mettere nei propri programmi il superamento delle Regioni. Raccogliamo le firme?

Il vero dono non vuole la reciprocità

di Enzo Bianchi

Esiste ancora il dono, oggi? In una società segnata da un accentuato individualismo, con i tratti di narcisismo, egoismo, egolatria che la caratterizzano, c’è ancora posto per l’arte del donare? Ecco una domanda a mio avviso decisiva: nell’educazione, nella trasmissione alle nuove generazioni della sapienza accumulata, c’è attenzione al dono e all’azione del donare come atto autentico di umanizzazione? C’è la coscienza che il dono è la possibilità di innescare i rapporti reciproci tra umani, qualunque poi sia l’esito?

Da una lettura sommaria e superficiale si può concludere che oggi non c’è più posto per il dono ma solo per il mercato, lo scambio utilitaristico, addirittura possiamo dire che il dono è solo un modo per simulare gratuità e disinteresse là dove regna invece la legge del tornaconto.  In  un’epoca  di  abbondanza  e  di  opulenza  si  può addirittura praticare l’atto del dono per comprare l’altro, per neutralizzarlo e togliergli la sua piena libertà.

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Riusciranno i nostri eroi….!?..

di Pierre Carniti

“Vorrei sapere da lor signori”, disse la Fata, rivolgendosi ai medici riuniti  intorno al letto di Pinocchio, “vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo?…” A questo invito il Corvo,  facendosi avanti per primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi e quando ebbe tastato ben bene, pronunciò solennemente queste parole: “A mio credere il burattino è belle morto, ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio che è sempre vivo!” “Mi dispiace”, disse la Civetta, “di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega, per me invece il burattino è sempre vivo, ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!”

L’immortale prosa di Collodi è tornata prepotentemente alla mente leggendo le prognosi sullo stato di salute dell’Europa e dell’Italia dilagate per tutta l’estate, nonostante l’afa ed il caldo torrido, con il volenteroso apporto di politici loquaci, di opinionisti saccenti ed economisti sentenziosi. Dalle loro illuminanti analisi abbiamo potuto trarre il consolante convincimento che, così come il cavaliere de La Palisse il quale “un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita”, anche l’euro, se non implode, riuscirà a reggere. A sua volta l’Italia, se non va in default, potrà continuare a restare nell’euro. Rassicurati da queste penetranti diagnosi dovremmo poter affrontare con maggiore sicurezza i gravi problemi con i quali siamo alle prese, sia come Europa che come Italia.

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