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Come si salva l' Ilva

Intervento di Gianni Florido – Presidente della Provincia di Taranto 

Un amico avvocato che era alla manifestazione sindacale interrotta così platealmente  da pochi contestatori che “si sono presi la piazza”, mi ha confessato di aver pianto nell’accorgersi che in quella piazza non c’era più la classe operaia.
Mi diceva, e io condividevo, che mai ai nostri tempi sarebbe potuto accadere. Ho solo aggiunto che una classe operaia come quella che abbiamo conosciuto non solo non c’è più ma mai più ci sarà.
Quella era la classe operaia figlia dei grandi partiti popolari e del conflitto permanente che si era formata sul terreno della conquista dei diritti e che portò, nel 1970, all’approvazione dello Statuto dei lavoratori. Nella Italsider-Ilva pubblica i sindacati raggiunsero quasi l’80% di iscritti tra operai e impiegati e l’azienda, che aveva per proprietà lo Stato e i partiti, salvo che nei primi anni di insediamento, considerò il sindacato come una parte della catena di comando dell’impresa. Riva, appena arrivato, ha, per scelta ideologica e di interesse, annichilito quel modello codecisorio e lo ha fatto non solo “combattendo” il sindacato fino a ridurlo a poca cosa ma anche cancellando il peso sociale di un’azienda, quella pubblica, che con il circolo Vaccarella, la stagione teatrale Italsider, gli Internazionali di tennis e il coevo e molte volte malato rapporto con le aziende locali aveva costruito attorno a sé una rete di consensi, e anche di silenzi, che si sono poi trasformati, anche con giustezza, in contrapposizione ed estraneità.


Taranto, da “parte” è diventata “altra” rispetto all’azienda siderurgica. Molti hanno scoperto dopo il 1995 che a Taranto producevamo acciaio e non acqua di colonia, che il parco minerario fosse attaccato al quartiere Tamburi (passato dagli anni sessanta ad oggi da seimila a ventimila abitanti) e che quella fabbrica era ed è una fabbrica dura e ambientalmente impattante.

Solo la Magistratura, proprio con Franco Sebastio negli anni Ottanta con il processo a Sergio Noce, allora direttore dell’Italsider, costrinse l’Ilva alle prime iniziative sull’ambiente, azione questa appoggiata da qualche ambientalista. Ovviamente, in quegli anni non è che tutti fossero fermi. Il sindacato, per esempio, era organizzato e attivo sui danni del rapporto uomo-macchina e le tante vertenze sulla sicurezza lo testimoniano. Ma furono anche gli anni dei consigli di fabbrica e di Medicina Democratica che denunciò senza successo, visti i limiti normativi dell’epoca, le decine di morti sul lavoro e il moltiplicarsi di sospetti casi di tumore.

Ora tutto è cambiato: il sindacato associa circa il 40% dei lavoratori Ilva e il modello di relazioni industriali è un po’ migliorato solo negli ultimi anni. L’azione della Magistratura e gli esiti, spero di futuro, che essa imporrà a tutti gli attori della scena sociale nei prossimi giorni pone però il grande interrogativo sul ruolo del lavoro e dei lavoratori nel futuro dell’Ilva, un futuro che tutti ci auguriamo compiutamente compatibile sul piano ambientale.

Detto diversamente: quanto dovranno pesare i lavoratori? Credo che l’Ilva di Taranto dovrà rappresentare anche un nuovo modello che porti il lavoro al governo dell’impresa, concretizzando, primo caso in Italia, le previsioni dell’articolo 46 della Costituzione che recita: “Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro, in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

Una bella sfida che la nuova Taranto dovrebbe vincere.

 

 

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