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Il lavoro, il PD, e il governo del Paese

 

di Luigi Viviani

 

Le prossime elezioni di febbraio, imprevisti a parte, dovrebbero consentire l’accesso del centrosinistra, con le allenze che riuscirà a costruire, al governo del Paese. 

In questa prospettiva appare necessario un approfondimento particolare sui problemi del lavoro, almeno per  tre motivi:

  • -perché il lavoro viene proposto come priorità fondamentale da parte del PD fino a indicarlo, nella Carta d’intenti, come “parametro di tutte le politiche pubbliche”, e quindi su di esso si giocherà, in gran parte, la caratterizzazione e l’efficacia dell’azione di governo;
  • -perché le proposte sul lavoro contenute nel documento, proposto dall’ex- premier Monti, rappresentano complessivamente un pacchetto di scelte che sfida il PD su un terreno che tradizionalmente è parte rilevante della sua identità;
  • -perché la questione delle politiche del lavoro è stata la motivazione fondamentale della crisi dei due precedenti governi di centrosinistra, guidati da Romano Prodi.

Questa volta il compito si presenta più difficile e impegnativo perché si tratta innanzitutto di determinare una svolta della nostra economia in direzione della crescita, come premessa per una ripresa dell’occupazione, in una situazione di perdurante crisi, e in presenza di vincoli finanziari assunti a livello europeo, destinati a durare  per alcuni anni. Ciò sarà possibile soltanto se il Governo realizzerà, con chiarezza e determinazione, politiche innovative senza conservatorismi, anche perché dovrà guadagnarsi la fiducia, l’impegno e la mobilitazione responsabili delle parti sociali e della più ampia società civile.

 

La “Carta d’intenti”, con il suo carattere di sintesi, indica alcune scelte condivisibili, ma troppo generiche, che non fanno chiarezza sulle diversità di cultura e di linea politica che sul lavoro hanno diviso e dividono anche oggi la sinistra italiana e lo stesso PD. Per cui appare plausibile che, senza adeguati chiarimenti e convergenze preliminari, si tornino a ripercorrere le strade  travagliate del passato con effetti negativi in termini di incisività e stabilità dell’azione di governo. 

Gli ambiti di tale chiarimento dovrebbero, a mio avviso, riguardare le seguenti questioni:

  • -una visione non manichea della globalizzazione
  • -il carattere strutturale della disoccupazione
  • -il rapporto tra sinistra e lavoro
  • -il rapporto tra PD e sindacato
  • -alcuni  punti di una possibile agenda politica del lavoro

 

1.- Una visione non manichea della globalizzazione

La globalizzazione, con l’accelerazione indotta dalla crisi, avanza con il suo portato di ambiguità che sollecita una nuova regolazione politica.

Da un lato essa sta rivoluzionando la precedente divisione internazionale del lavoro ridefinendo i rapporti di forza e di egemonia tra le diverse aree del pianeta, con l’ingresso di nuovi paesi, e di miliardi di persone, nel circuito della crescita e di uscita dalla povertà assoluta, dall’altro è portatrice di nuovi problemi e di nuove disuguaglianze tra le diverse aree e all’interno dei singoli paesi, specie quelli sviluppati. Tutto ciò tramite una mobilità estrema del capitale e un ruolo spesso distorto e speculativo della finanza internazionale che diventano determinanti nel definire il tragitto dello sviluppo, condizionando negativamente l’economia reale e il lavoro. La pressione del paesi emergenti per una nuova divisione internazionale del lavoro spinge i paesi sviluppati ad incrementare politiche di ristrutturazione, di delocalizzazione produttiva, di flessibilizzazione del lavoro, di accelerazione dei processi decisionali al fine di recuperare una posizione competitiva nel nuovo contesto che si sta determinando. 

Già Gramsci aveva percepito l’esistenza di un problema analogo nel suo tempo quando scriveva:

“La ricchezza nazionale è condizionata dalla divisione internazionale del lavoro e dall’aver saputo scegliere, tra le possibilità che questa divisione offre, la più razionale redditizia per ogni paese dato. Si tratta dunque di “capacità direttiva” della classe economica dominante, del suo spirito di iniziativa e di organizzazione. Se queste qualità mancano e l’azienda economica è fondata sullo sfruttamento di rapina delle classi lavoratrici e produttrici, nessun accordo internazionale può salvare la situazione”

Oggi questo problema è divenuto ancora più rilevante, data la profondità e l’estensione della crisi, e, nella nostra società democratica, compete innanzitutto al Governo legittimamente eletto, esercitare questa “capacità direttiva”. 

La globalizzazione, come ogni grande processo storico, è profondamente ambigua. Contiene in sé potenzialità di crescita e pericoli di regressione. Rimane responsabilità della politica far prevalere le prime sui secondi. Questo per una sinistra riformista significa, da un lato, rifiutare ogni sua valutazione semplificata e unilaterale per cui la globalizzazione diviene la nuova forma del complotto del capitale, finanziario e non, per imporre il suo dominio, e dall’altro, prendere atto che il nostro sviluppo futuro dipende dalle scelte di ricollocazione dell’Italia nel nuovo contesto internazionale che in gran parte, oggi, si determinano fuori dai confini nazionali, in particolare nell’Unione Europea. L’Europa diviene sempre più il nostro campo di lavoro dove si determina il nostro posto e il nostro ruolo nel mondo globalizzato. In questo ambito una progressiva cessione di sovranità degli Stati membri ad una Unione che ritrovi la sua funzione di promozione di una economia fondata sul suo modello sociale, diventa una necessità per l’Italia. 

Assumere una giusta analisi della globalizzazione significa anche prendere atto della necessità di impostare in modo nuovo le politiche del lavoro, sia nei loro contenuti, sia nelle modalità di definizione e di realizzazione. In particolare vanno sottolineati due caratteri che diventano fondamentali: la necessità di una nuova regolazione collettiva di un lavoro sempre più personalizzato, e la tempestività delle decisioni e delle realizzazioni in un mondo caratterizzato da processi enormemente accelerati. L’ultima esigenza che ha oggi l’Italia è quella di un Governo diviso al proprio interno che decide, quando decide, in seguito a defatiganti mediazioni, scelte di compromesso spesso inadeguate se non incomprensibili. Questa è la prima condizione, verificabile  fin dall’avvio della sua attività, per imprimere alla politica quella svolta necessaria per uscire dalla crisi, che il Paese attende da tempo. 

 

2.- Il carattere strutturale della disoccupazione 

Sappiamo che nel nostro Paese, nonostante le politiche del lavoro dei diversi governi che si sono succeduti, e i numerosi interventi contrattuali e legislativi tesi alla regolazione della sua dinamica, il mercato del lavoro italiano è ancora caratterizzato da troppe divaricazioni quantitative e qualitative  tra domanda e offerta di lavoro. 

Tali divaricazioni sono sostanzialmente le medesime che esistevano trent’anni fa, tanto che un economista rigoroso come Federico Caffè, nel 1986, poteva scrivere: 

“Non si può accettare l’idea che una intera generazione di giovani debba considerare di essere nata negli anni sbagliati, e debba sentire come fatto ineluttabile il suo stato di precarietà occupazionale”.

La crisi attuale ha solo aumentato l’estensione e la profondità di tali divaricazioni.

Ciò significa che la responsabilità della situazione, se  in prevalenza è addebitalile alle politiche liberiste di flessibilità non regolata della destra, per una parte non secondaria riguarda anche le scelte della sinistra che non sono andate oltre una serie di incentivazioni, in particolare alle assunzioni con contratto a tempo indeterminato, che, se in parte vanno nella direzione giusta, non hanno inciso sulle cause strutturali della disoccupazione.

Non basta agire sugli incentivi per determinare una svolta effettiva nella dinamica dell’occupazione, poiché  a problemi strutturali occorre rispondere con politiche strutturali.

I nodi strutturali del nostro mercato del lavoro attengono, da un lato. alla quantità e alla qualità della domanda di lavoro espressa dalle imprese che,  per effetto della bassa crescita, dei limiti della struttura produttiva, e in carenza di adeguata e diffusa innovazione, continuano a creare posti di lavoro  insufficienti di numero e a prevalente qualificazione medio-bassa. Permane così un drammatico problema di occupazione che colpisce i segmenti più vulnerabili del nostro mercato del lavoro: i giovani, le donne e gli immigrati, e sta aumentando il divario qualitativo tra la domanda di lavoro, le esigenze delle donne e le aspirazioni e le attese dei giovani rispetto al lavoro. 

Dall’altro lato, l’offerta di lavoro, nonostante decenni di scolarizzazione di massa, evidenzia una qualità del capitale umano del nostro Paese  mediamente inferiore a quello del maggiori paesi sviluppati. Ciò sia per l’insufficiente qualità del nostro sistema scolastico e formativo, sia per il permanente distacco tra scuola, formazione e realtà del lavoro, anche a causa di un inadeguato rapporto tra contrattazione collettiva e formazione. Questo evidente divario quantitativo e qualitativo tra domanda e offerta, è aggravato dalla inadeguatezza e marginalizzazione del ruolo dei servizi per l’impiego. Un divario che è destinato a rappresentare uno dei limiti più gravi anche per il futuro se non si riuscirà a qualificare adeguatamente il fattore umano e a rendere la base produttiva più ampia e coerente con le tendenze della nuova divisione internazionale del lavoro, che la crisi sta ridefinendo 

Dopo oltre quattro anni di crisi, nonostante tutte le analisi, lamentazioni e proteste contro la precarietà, siamo arrivati ad una situazione nella quale la disoccupazione è arrivata all’11%, quella giovanile al 36%, un giovane in età di lavoro su due non è occupato, otto assunzioni su dieci avvengono con contratti atipici, e,  la Cassa Integrazione ha superato il miliardo di ore concesse nel 2012.

Il centrosinistra, pur opponendosi alla politica del centrodestra, non è riuscito ad elaborare una chiara strategia alternativa. E’ mancata l’elaborazione di un pensiero autonomo e innovativo sulle politiche del lavoro, anche perché, in ossequio alla tradizione della sinistra italiana, tali politiche sono in gran parte mutuate dal sindacato, oggi diviso e in declino. In particolare è mancata una sufficiente visione e una conseguente linea di intervento  sugli effetti dei due grandi processi in corso che hanno determinato cambiamenti profondi e, per certi versi, irreversibili della nostra economia e della realtà del lavoro: la globalizzazione dei mercati e la trasformazione del lavoro con l’avvento del post-fordismo.

 

3.- Sinistra e lavoro: un rapporto da riconsiderare

Nel nuovo contesto globale si accelera e si consolida la trasformazione del lavoro propria della fase post-fordista. Una trasformazione fondata su alcuni caratteri innovativi pure segnati da ambiguità. Aspetti positivi si coniugano con altri negativi in un intreccio nel quale tuttavia la prevalenza rimane un problema aperto.

Da una parte il lavoro appare più persolizzato, caratterizzato da maggiore libertà e autonomia di interpretazione e svolgimento del proprio compito da parte del lavoratore, nel senso che gli si chiede di attivarsi, di destreggiarsi più che di eseguire e di ubbidire. Nei contenuti il lavoro  appare maggiormente caratterizzato da flessibilità, professionalità, immaginazione, capacità relazionale. Tutti aspetti richiesti dalla qualità del prodotto, che dovranno essere aggiornati senza sosta, attraverso la formazione continua di quel capitale umano che diviene una componente crescente e decisiva del vantaggio competitivo delle imprese e soprattutto la base di una cittadinanza attiva del lavoratore, essenziale respiro e qualità alla nostra democrazia. In tale contesto di superamento della divisione tra lavoro intellettuale e manuale, acquista nuovo valore il lavoro manuale che non è più soltanto semplice applicazione di forza e abilità fisiche, ma attività che richiede intraprendenza, flessibilità, creatività. In generale si lavora con meno vincoli e più responsabilità,  si chiede di più non di meno. Nello stesso tempo in cui la prestazione di lavoro acquista in contenuti perde però in tutela; si diventa più autonomi ma meno protetti. 

Nella realtà i caratteri positivi del lavoro appaiono ancora, in gran parte,  potenziali, sostituiti spesso da una flessibilità, una mobilità e una instabilità del lavoro, finalizzate ad un suo utilizzo intensificato per ridurne il più possibile il costo, con effetti di frantumazione, spersonalizzazione, precarietà. Una precarietà che da condizione lavorativa diventa anche condizione esistenziale. Questa è l’altra faccia del lavoro di oggi, fatta di lavori duri e sporchi negli ambiti più faticosi o marginali del processo produttivo e dei servizi. Una realtà certamente preoccupante, ma che non esaurisce il lavoro odierno e non cambia la direttrice possibile della sua evoluzione. Mentre nella rappresentazione del lavoro di oggi, da parte della sinistra, quest’ultimo aspetto appare quasi sempre la forma pressochè esclusiva.

Se per molti lavoratori gli aspetti positivi suindicati rimangono ancora da acquisire questo non deve portare a disconoscere anche gli indubbi miglioramenti che si sono verificati e soprattutto le possibilità future che sono a disposizione di chi sa capire il senso di evoluzione del lavoro e combattere le giuste battaglie.

Un altro aspetto della analisi del lavoro da parte della sinistra è che esso ha perso centralità sociale e politica e non è più fattore di civilizzazione della società a causa della sua marginalizzazione da parte delle politiche neoliberiste. Ad un esame più approfondito della realtà, tale assunto appare meno sicuro. Se è’ vero che il lavoro di oggi è, ad un tempo, causa e rappresentazione della nostra età dell’incertezza in cui viviamo, poiché i modi di produrre si connettono ai modi di convivere, il lavoro mantiene il suo ruolo di fattore di identità personale e collettiva, come mostrano gli effetti di smarrimento e di crisi  esistenziale in chi lo perde. Inoltre il lavoro è meno centrale anche perché la vita è diventata più varia e più ricca, e, nella nuova situazione, il conflitto sociale si estende ad altri campi di carattere culturale, etico, che aprono nuovi ambiti di confronto come l’immigrazione, la famiglia, la bioetica, l’ambiente nei quali il lavoratore non detiene più un primato politico.

Certo, pur rimanendo lo strumento fondamentale per costruire la ricchezza, il lavoro appare meno il mezzo di accesso ai diritti di cittadinanza sociale, ma questo dipende anche dalla qualità della sua rappresentanza e dall’efficacia delle tutele realizzate. Non serve a questo riguardo parlare di “solitudine dei lavoratori”, un’espressione estetizzante di sapore dannunziano, specie se pronunciata da sindacalisti che in tal modo certificano l’ insignificanza del loro ruolo. Sarebbe invece utile che la sinistra e il sindacato si interrogassero con maggior rigore sul fatto incontrovertibile che mentre la qualità del lavoro tende a migliorare, i livelli salariali e di tutela regrediscono. Colpa soltanto del neoliberismo e anche dell’inadeguatezza di una strategia  modellata su un lavoro e un lavoratore che, in buona parte, ormai non esistono più?

 

4.- Il PD e il sindacato: un necessario chiarimento

Discutere del sindacato, e della sua concreta funzione oggi, diventa una necessità inderogabile per il PD, sia per il rapporto consolidato che mantiene con una parte del sindacato, sia  perché una seria ed efficace politica di sviluppo e dell’occupazione non è possibile, nel concreto contesto nel nostro Paese, senza un apporto convergente, responsabile e innovativo   delle parti sociali.

Se questo è vero bisogna prendere atto che la realtà delle relazioni industriali va in direzione diversa.

Il sindacato italiano vive oggi una fase di evidente declino, che lo sta progressivamente collocando ai margini rispetto alle scelte di politica economica e sociale del Paese. Il suo ruolo nella crisi attuale è, purtroppo, lo specchio fedele di tale realtà. Di fronte alle trasformazioni radicali in atto nel mercato del lavoro e nel welfare, il sindacato non ha saputo andare oltre una posizione di difesa dei diritti e del potere conquistati in passato, senza riuscire a reinterpretarli e a ridefinirli nelle nuove ed inedite condizioni odierne. Nei rapporti tra le confederazioni si è preferito complessivamente attestarsi su posizioni difensive e di arroccamento sulle antiche divisioni ideologiche e sugli interessi delle rispettive organizzazioni, dando luogo ad un dibattito asfittico, con scarsa produzione di idee e di proposte adeguate ai problemi da affrontare, assumendo sempre più spesso la divisione e la rissa come tratti dominanti. Risultano progressivamente regrediti la cultura e il ruolo della contrattazione collettiva, mentre si sta affermando, in malo modo, un ritorno al primato della legge nei rapporti di lavoro. La legge appare sempre più uno strumento necessario, ma, da solo, risulta inadeguato a regolare la mutevole dinamica del lavoro. La cause sono certamente molteplici. Hanno avuto un certo rilievo la diffusione del processo di globalizzazione che ha cambiato le regole del gioco, le spinte liberiste e deregolatrici che hanno avuto spesso il sopravvento nella politica economica, l’avvento del post-fordismo con la sfida della flessibilità, ma anche un certo continuismo della strategia sindacale. Gli obiettivi contrattuali appaiono in ritardo rispetto alle dinamiche e ai ritmi di cambiamento dell’impresa e dei contenuti del lavoro. In materia di salario, orario di lavoro, inquadramento professionale, tranne poche eccezioni, si è pressoché fermi da alcuni decenni mentre si sono trascurati temi come quelli delle nuove forme e dei nuovi contenuti del lavoro, della formazione professionale e continua, della professionalità e del merito, delle nuove malattie del lavoro, del rapporto fabbrica-territorio, delle condizioni umane e lavorative degli immigrati. Finendo così per rimanere indietro anche sul salario.

Negli ultimi anni la contrattazione è stata oggetto della definizione di nuove regole con due intese interconfederali nel 2009 e nel 2012, finalizzate a ridefinire la struttura contrattuale, incentivando la contrattazione di secondo livello  e la produttività del lavoro con una detassazione dei premi di risultato. Accordi la cui efficacia risulta notevolmente condizionata dalla mancata firma della Cgil. L’aver concordato una riforma incentrata sullo sviluppo della contrattazione di secondo livello e sul rapporto salari-produttività dentro una grave crisi recessiva, senza pensare contemporaneamente ad avviare un confronto con imprenditori e Governo sulle politiche della crescita e della stessa produttività, è apparsa una scelta non priva di stranezza. Per la verità, ad un certo momento, su proposta di Confindustria, le parti sociali si sono incontrate per cercare di definire una comune strategia di intervento nella crisi, ma, dopo qualche assaggio, il tavolo è stato abbandonato. Il confronto è  ripreso nel 2012, su invito del governo Monti ma con la sua assenza, per cui era abbastanza prevedibile che gli esiti sarebbero stati inferiori alle necessità, com’è poi avvenuto,. A parte la modifica, solo dopo un paio d’anni e senza  sperimentazione adeguata, dell’intesa del 2009, che le parti stipulanti avevano giudicato come “storica”, è apparso chiaramente che la vera finalità di quest’ultimo accordo, è stata la possibilità di usufruire della detassazione a sostegno delle intese sulla produttività a livello di impresa. Al punto di prevedere la possibilità di destinare ad accordi di produttività aziendale anche parte degli aumenti salariali previsti dal contratto nazionale,  con una loro finalizzazione impropria che, tra l’altro, obbliga a contrattatare due volte lo stesso aumento salariale. Tutto ciò a fronte di un comportamento di Confindustria che, ha teso a far coincidere più direttamente i propri interessi e le proprie esigenze con quelle del Paese, per cui ha interpretato il ruolo del lavoro nell’impresa in termini di sostanziale subordinazione e la contrattazione collettiva come attività che “ non deve essere esercitata come strumento di vincolo all’iniziativa economica” come recita un documento confindustriale del 2008. Cioè il lavoro considerato come fattore produttivo speciale, le cui condizioni e il cui costo non devono rappresentare vincolo e ostacolo alla  libera iniziativa economica dell’impresa.

I limiti di iniziativa del sindacato hanno influito anche negli esiti complessivamente insoddisfacenti della riforma Fornero sul mercato del lavoro, per non aver saputo offrire proposte realiste e praticabili, atte a superare  alcune astrattezze della impostazione del Governo tecnico.

Limiti che si sono riproposti anche nel processo di concertazione sociale. Da parte di Cisl e Uil si è ritenuto necessario assumere un atteggiamento adattivo di fronte alle scelte  no- labour dei governi Berlusconi, nella convinzione che questo fosse il modo migliore di tutelare i lavoratori nelle condizioni difficili date. Una strada dimostratasi spesso illusoria, con risultati limitati e dai contenuti problematici che, come ha dimostrato l’esperienza, sono stati poi scarsamente applicati o disattesi.

Da parte della Cgil si è preferito appellarsi ai diritti inalienabili del lavoro, nella versione realizzata in passato,  senza verificare se le nuove condizioni produttive e del lavoro siano in grado di garantirli o se invece occorra una loro ridefinizione contrattata nel nuovo contesto. Questo appellarsi al passato più che costruire il futuro porta spesso a posizioni acriticamente antagoniste, tali da ritenere pressoché impossibile poter raggiungere un accordo, e a scioperi  inevitabilmente perdenti. 

Per cui si assiste alla situazione paradossale del sindacato  più rappresentativo, che non riesce mai a far emergere, in modo praticabile, la propria linea, e che, risulta quasi sempre collocato contro, se non fuori gioco, rispetto alle scelte conclusive. L’effetto complessivo risultante è stato una serie di sconfitte di tutto il sindacato con una progressiva marginalizzazione del suo ruolo.

Un sintomo della debolezza del sindacato è rappresentato anche dal prevalere di un atteggiamento tattico che consiste nel modulare pedissequamente rivendicazioni e comportamenti al grado di disponibilità potenziale dell’interlocutore istituzionale. Con questo criterio si finisce per essere esigenti, aggressivi, e talvolta corsari con i governi pro-labour, e moderati, adattivi, o pregiudizialmente contrari con i governi no- labour. Esemplare a questo riguardo è stato il rapporto con l’ultimo governo Prodi con cui il sindacato, dopo aver ottenuto un accordo unitario sulla riforma del welfare, con alcune garanzie sulle pensioni, aggiuntive rispetto alla legge Dini, è immediatamente ripartito alla carica rivendicando la detassazione di salari e pensioni con minaccia di sciopero generale. 

A questo atteggiamento si è unita spesso anche Confindustria, intensificando  un suo ruolo rivendicativo nei confronti dei governi. Così quando i governi di centrosinistra hanno cercato di rilanciare la concertazione, le parti sociali,  da posizioni diverse, hanno rivendicato,  ognuna per proprio conto, ciò che a loro interessava, scaricando sul governo tutti gli oneri finanziari e politici di una mediazione. All’infuori di un quadro di assunzione di precise responsabilità coerenti e unitarie, che rappresenta il contesto corretto per l’efficacia della concertazione stessa.

Questa incertezza e incoerenza  si è dimostrata anche con il governo Monti rispetto al quale si è rivendicata la concertazione come atto dovuto, senza produrre proposte atte a rendere concreto e impegnativo il confronto. Certamente Monti ha sbagliato a rifiutare in via di principio la concertazione, tanto più addebitando ad essa, nell’esperienza passata, limiti non suoi. Ma non ha aiutato la ricerca di rapporti più cooperativi l’atteggiamento di critica radicale e continua da parte della Cgil, al punto che Susanna Camusso ha individuato nel Governo tecnico il vero avversario ben oltre Confindustria, e ha assimilato, con uno sforzo di grande immaginazione, Monti alla Thatcher. Mentre la Cisl, da un atteggiamento critico iniziale, si è progressivamente spostata verso posizioni più aperte, senza peraltro sostanziarle con precise proposte di merito.

Il dramma della situazione sindacale attuale è che, la Cgil esprime, a mio avviso, una linea tra le più coriacemente  e tradizionalmente identitarie e conservatrici della sua storia, dal dopoguerra in poi, e nello stesso tempo, appare la confederazione egemone nel dibattito sindacale, oggi presente nel Paese. Questa situazione evidenzia il problema della Cisl, che con la sua afasia culturale e il suo minimalismo moderato fine a se stesso, sembra aver perso quella ambizione per un ruolo di innovazione contrattuale e strategica, che per decenni è stato un elemento imprescindibile dell’identità del sindacalismo confederale italiano.  

Questa situazione sindacale è destinata ad influenzare le scelte del PD e, tendenzialmente, a zavorrare l’azione del prossimo governo in materia di lavoro e welfare. Tanto più che lo stesso sindacato, invece di aprire un confronto critico al suo interno, ha rivolto la sua attenzione e il suo impegno verso la politica, approfondendo ulteriormente i motivi di rottura. La Cisl, impegnando alcuni suoi dirigenti in una operazione di ricostruzione del centro politico, assumendo un profilo cattolico e moderato, che contraddice l’identità originaria della confederazione. La Cgil, all’interno di un consolidato rapporto con la sinistra politica, è stata la maggiore organizzazione direttamente impegnata a sostegno di Bersani nelle recenti primarie di centrosinistra, e già si rivolge al candidato premier per indicargli la linea da seguire. 

Il PD, di fronte a questa situazione sindacale, appare spesso debole e disarmato, e tende a riprodurre al proprio interno queste divisionì, non solo per fedeltà ai rapporti di contiguità partito-sindacato del passato, ma perché tali divisioni rappresentano altrettanti problemi irrisolti di natura culturale e politica nello stesso partito.  In altri termini il PD non ha un pensiero autonomo e unitario sul sindacato,  per cui, di fronte al manifestarsi di questi problemi, non è in grado di sviluppare quel ruolo di confronto critico e dialettico che, oltretutto, farebbe anche il bene del sindacato. L’atteggiamento prevalente rimane quello di una contiguità acritica, specie con la Cgil, com’è dimostrato anche dalle candidature alle prossime elezioni .In tal modo si mettono tra parentesi i problemi e i dissensi esistenti, accumulando così un contenzioso potenziale che è destinato a manifestarsi quando, dai programmi, si dovrà passare all’azione di governo.

In altri termini il PD sembra non rendersi conto che, una volta al governo, avrà una necessità vitale, di confrontarsi con un sindacato collocato su posizioni unitarie, e non solo unitarie di pura convenienza, cioè su quella unità vera, che rappresenta una condizione primaria per poter raggiungere convergenze efficaci, anche sul piano operativo.  Data la situazione del Paese, il Governo dovrà realizzare altre misure impopolari, mentre il sindacato, nella sua maggioranza, attende dal governo amico una sorta di rivincita nei confronti della politica di Monti con la rimessa in discussione di gran parte delle riforme realizzate. 

Per evitare implosioni paralizzanti, il PD è chiamato a scelte rigorose e ad assumere, nei confronti del sindacato, un comportamento teso a stimolare e valorizzare al massimo le scelte e i comportamenti sindacali unitari, evitando atteggiamenti di segno contraddittorio, come lo schierarsi su posizioni sindacali di parte o la partecipazione di dirigenti PD agli scioperi di una singola confederazione o categoria. 

 

4.1.- Il problema FIOM

All’interno dei problemi odierni del rapporto PD-sindacato acquista un rilievo particolare la posizione della Fiom. La gloriosa categoria del metalmeccanici Cgil, rappresenta oggi in termini organizzativi e politici il punto della massima presenza delle idee e della pratica della sinistra radicale nella confederazione di Corso Italia.

Erede, con Fim e Uilm, dell’esperienza unitaria della FLM, ne ha interpretato la cultura e la strategia in termini di continuismo passivo, puntando più sulla forza organizzativa che sul rinnovamento culturale e strategico. In tal modo la lotta sindacale è stata quasi tutta concentrata sulla redistribuzione salariale (peraltro con risultati deludenti), e su una difesa astratta dei diritti del lavoro da perseguire con un’azione sindacale come strumento di lotta anticapitalistica. 

La sua cultura appare centrata sul rapporto insostituibile tra conflitto e lotta sociale, da un lato, e riforme e democrazia dall’altro. Nella pratica però il primo aspetto prevale fino a offuscare il secondo.

Con le sue  posizioni veteroconflittuali e conservatrici,  ha contribuito in modo determinante a dilapidare progressivamente il patrimonio unitario del passato, facendo retrocedere  la qualità e l’efficacia dell’azione collettiva dell’intera categoria dei metalmeccanici.  La sua opposizione non si manifesta soltanto nei confronti degli altri sindacati metalmeccanici, ma riguarda l’intero sindacato confederale, dal momento che si è opposta sia all’accordo sul welfare del 2007 sottoscritto con il governo Prodi, sulla base di un giudizio negativo generale  della politica economica e sociale di quel governo, e all’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 sulla riforma della rappresentanza sindacale, che oggi invece utilizza per rivendicare una legge sulla materia.

Ormai da quindici anni la Fiom manifesta sempre più un orgoglio antiunitario, come espressione di una sua presunta egemonia sulla classe operaia, retaggio  di una vecchia prassi sconfitta dalla storia. In tal senso essa manifesta una natura ibrida, a mezza strada tra sindacato e partito, punto di riferimento e ambito di convergenza della sinistra antagonista.

Bruno Trentin, il leader che ha contrassegnato la storia del Fiom nei momenti alti delle lotte unitarie dei metalmeccanici del dopoguerra, in un suo libro “La libertà viene prima” così descrive l’abbandono della prospettiva unitaria :

“La riscoperta che l’unità sindacale non è più un valore, e non è una condizione vitale per l’affermazione dei diritti dei lavoratori, attesta del ritorno di un estremismo verbale, assunto come alibi di una inevitabile sconfitta sul campo. Tutto questo attesta l’inevitabile regressione che segue a ogni rinuncia all’autonomia”

La Fiom oggi è anche l’interprete più radicale della versione giuridicistica e formale della strategia dei diritti, sostenuta con una concezione del conflitto sociale come obiettivo in sé  di liberazione operaia.

Per garantire il suo ruolo si fa portatrice di una visione della democrazia sindacale tutta incentrata sul giudizio dirimente dei lavoratori attraverso lo strumento referendario. Posizione che peraltro interpreta, accettando o rifiutando il referendum, secondo le sue esigenze di egemonia, come è avvenuto nei recenti referendum alla Fiat di Pomigliano e di Mirafiori.

Paradigmatica di questa strategia è stata, e rimane, la vicenda Fiat degli ultimi anni. La Fiom, fin dall’inizio, si è opposta frontalmente alla strategia di Marchionne, rifiutando di firmare gli accordi raggiunti dagli altri sindacati a Pomigliano e  Mirafiori, e rigettando gli esiti favorevoli alle intese dei referendum, giudicandoli una imposizione unilaterale della Fiat, realizzati sotto ricatto. Salvo poi, in occasione del contratto di settore, pure non sottoscritto, richiedere allo stesso Marchionne un nuovo referendum, ovviamente rifiutato.

Contemporaneamente la Fiom ha scelto di ricorrere  alla magistratura.  La Direzione Fiat ha accettato lo scontro su questo terreno, e tramite l’applicazione dell’art. 19 dello Statuto dei lavoratori - come modificato dal referendum del 2005, indetto dalla sinistra radicale per ridurre il potere di Cgil,Cisl,Uil -  ha escogitato una via legale per estromettere la Fiom  dalla fabbrica in quanto non firmataria del contratto aziendale. Per raggiungere questo obiettivo, la Fiat ha portato lo scontro alle estreme conseguenze, fino a scegliere di uscire da Confindustria e creare una nuova società  nella quale riassumere i lavoratori. L’errore iniziale della Fiom è stato quello di contrastare la Fiat tramite il ricorso alla magistratura, ottenendo, come era prevedibile, qualche risultato parziale che si è tradotto in un aumento del contenzioso giudiziario, ma ha allontanato la possibilità di riconquistare la piena cittadinanza in azienda. 

Nel frattempo le cose sono andate avanti e sono stati sottoscritti altri contratti separati in Fiat, mentre la medesima strada è stata assunta anche  da Federmeccanica che, in occasione del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici non ha voluto la Fiom al tavolo poiché quest’ultima non aveva sottoscritto il contratto precedente. Una situazione negativa e paradossale per cui la Fiom, mentre interviene spesso sui media  sui problemi del lavoro e del sindacato, è estromessa dalla contrattazione nazionale e dalla presenza nel maggiore gruppo industriale della categoria. Pensare, come continua a ritenere la Fiom, che il problema si risolva con il deferire alla magistratura, oltre la Fiat, anche gli altri sindacati, com’è avvenuto dopo la firma del contratto nazionale, e con la denuncia, francamente azzardata, sulla mancanza di libertà e di democrazia nelle fabbriche, appare del tutto fuorviante. Né serve  chiamare in causa la Costituzione, il Presidente della Repubblica, il Governo e i partiti affinché intervengano per porre fine a tale situazione. 

Credo invece che il problema rimanga espressamente sindacale e debba riguardare innanzitutto la Fiom stessa, che deve avere il coraggio di ripensare autocriticamente le proprie scelte che hanno consentito, legalmente alla Fiat, di collocarla in una situazione di isolamento senza prospettive. Un caso classico di legge del contrappasso degli esiti del referendum del 2005. In secondo luogo è necessario che si riavvii un confronto unitario tra Fiom, Fim e Uilm teso alla ricerca  di una via d’uscita da una situazione che indebolisce pesantemente tutto il sindacato e fa pagare ai lavoratori metalmeccanici un costo supplementare nella crisi. Inoltre la questione chiama in causa direttamente le confederazioni Cgil,Cisl,Uil che avrebbero dovuto evitare che la situazione della categoria degenerasse fino al livello attuale.

Ricordo che in passato, sempre alla Fiat, all’indomani della manifestazione dei 40 mila dell’ottobre 1980, i segretari generali Lama, Carniti e Benvenuto, in una drammatica assemblea a Torino, intervennero assumendosi la responsabilità di sostenere un accordo di compromesso con la Fiat, prendendosi fischi e violenze per salvare la prospettiva del sindacato nel gruppo. Allora c’era un sindacato che sapeva essere grande anche nelle sconfitte. Oggi la situazione è molto diversa. Le confederazioni, mentre hanno fortemente centralizzato l’azione sindacale, non riescono a intervenire unitariamente per superare le situazioni più difficili e compromesse, alla ricerca di mediazioni onorevoli. 

Comunque, se si va avanti in questo modo, è facile prevedere che, appena si verificherà una inversione nel mercato dell’auto e ritornerà il lavoro, gli operai applaudiranno Marchionne e si allontaneranno dal sindacato. Una situazione che alla Fiat si è verificata anche in passato. La recente concessione di un premio di 500 euro agli operai di Pomigliano, non contrattato con il sindacato, rappresenta un pericoloso preavviso.

La questione investe direttamente anche il PD che viene già sollecitato per realizzare  una soluzione legislativa del problema Fiom, tramite la prevista legge sulla rappresentanza sindacale. Certo, con tale legge si possono anche correggere gli errori antisindacali della sinistra radicale, ma anche per il PD dovrebbe essere chiaro che la Fiom di oggi rappresenta un sindacalismo alternativo a efficaci politiche del lavoro, e che  la sua presenza al tavolo delle trattative del contratto nazionale e alla Fiat non può reggersi sul solo diritto  previsto dalla legge; essa se lo deve conquistare con le sue scelte e con gli accordi che riesce a realizzare assieme agli altri sindacati. 

 

4.2.- La riforma della rappresentanza sindacale

Sulla necessità di realizzare una regolamentazione legislativa della rappresentanza sindacale si sta discutendo da almeno vent’anni. Il momento in cui ci si è maggiormente avvicinati alla meta, fu nel 1999, da parte del primo governo D’Alema, quando venne discussa in Parlamento una legge, con il consenso di Cgil,Cisl,Uil, sulla quale ho lavorato, assieme a Renzo Innocenti, presidente della Commissione lavoro della Camera, e a Massimo D’Antona,  fino alla sera precedente il suo assassinio da parte delle Brigate Rosse. 

In aula alla Camera il provvedimento fu bloccato per le divergenze tra le organizzazioni imprenditoriali su come misurare la loro rappresentatività, e da motivi elettorali interni a Confindustria. Le acquisizioni di quella vicenda hanno formato oggetto di un disegno di legge n. 57, presentato alla Camera, nella successiva XIV Legislatura, dall’on. Pietro Gasperoni. Questo testo potrebbe rappresentare un’utile base di discussione per imboccare una strada giusta ed equilibrata.

Va tenuto presente che la questione è tornata oggi di attualità perché, soprattutto da parte della Cgil, la legge sulla rappresentanza viene considerata la via per razionalizzare i rapporti tra le confederazioni in un contesto di pluralismo sindacale dispiegato e consolidato, e per risolvere il problema del rientro della Fiom nella contrattazione nazionale e alla Fiat. Naturalmente si giustifica tale operazione con l’esigenza di conferire valore erga omnes ai contratti collettivi, esigenza che viene periodicamente riproposta in sede giuridica, ma la cui necessità non risulta così urgente come si vorrebbe far credere.  Rispetto a questa prospettiva sono necessarie, a mio avviso, alcune precisazioni politiche.

Mentre una legge può essere necessaria per stabilire una soglia di rappresentatività per l’ammissione delle diverse organizzazioni sindacali ai tavoli dei negoziati, sulla base del duplice criterio del numero di iscritti e del numero dei voti ottenuti nelle elezioni delle rappresentanze sindacali aziendali, così come realizzato nel pubblico impiego, sorgono non indifferenti problemi politici circa la metodologia di approvazione delle intese raggiunte. Come è noto su questo punto è aperto da tempo un dissenso tra le confederazioni essenzialmente sul referendum da indire tra i lavoratori come livello ultimo e decisivo di approvazione degli accordi. Il problema non sta nel referendum in sé, strumento già usato anche nel recente passato per approvare i contratti nazionali e le intese con i governi, ma nella titolarità del potere di decisione. In altri termini un conto è sottoporre a referendum di ratifica un’intesa unitaria raggiunta dai sindacati. A mio avviso tale procedura appare opportuna, necessaria e da estendere. Altra cosa è prevedere un referendum obbligatorio tra tutti i lavoratori di una impresa o di una categoria in caso di divergenze tra i sindacati affinché i lavoratori decidano quale scelta privilegiare. Una regola del genere non solo mette in discussione la democrazia rappresentativa come regola generale che presiede al rapporto sindacato-lavoratori, ma assegna all’insieme generico dei lavoratori di una impresa o di una categoria, il potere di decisione ultima, oltre le strutture elettive del sindacato, trascurando il fatto che tale insieme generico è attraversato da interessi e condizionamenti diversi, compresi quelli del padrone. Perciò assegnare ad esso il potere di decisione ultima circa la bontà o meno di un accordo rappresenta una concessione ad un populismo sindacale di cui non c’è alcun bisogno. Inoltre va tenuto presente un altro aspetto della questione. La regolazione per legge di procedure interne al sindacato presenta sempre il pericolo di eterogenesi dei fini, nella sua applicazione. L’esperienza della riforma dell’art.19 dello Statuto e i suoi effetti sulla Fiom lo dimostra in modo inequivocabile, e il giudizio della stessa Fiom sui referendum  di Pomigliano e Mirafiori è la dimostrazione della loro possibile strumentalizzazione. Per di più, nel momento in cui si sceglie di regolare per legge le procedure di approvazione degli accordi assegnando alla maggioranza dei lavoratori, al fine di evitare contestazioni e conflitti, è evidente, specie in caso di cambiamento del segno politico della maggioranza parlamentare, la possibilità di arrivare anche ad una conseguente regolamentazione del diritto di sciopero. Non vorrei, come è avvenuto altre volte, che la scelta di tutelare una parte si traducesse in una riduzione degli spazi di libertà e di autonomia dell’intero sindacato. In tal senso la sinistra, riformista e non , ha molto da meditare.

 

4.3.- La “trappola” dell’articolo 18 

Il problema della regolazione legislativa dei licenziamenti individuali è stato, con fasi alterne, al centro dello scontro politico e sindacale nel Paese da almeno un decennio,  e ha condizionato non poco la mobilità del lavoro. Peraltro la mobilità in Italia non è affatto bassa e, in base ai dati Ocse, il nostro Paese presenta livelli più elevati dei flussi di entrata e uscita dal lavoro rispetto ad altri paesi europei che pure dispongono di un mercato del lavoro altrettanto se non più flessibile del nostro. Peraltro appare sempre più evidente che tale mobilità è concentrata soprattutto nel segmento dei lavoratori atipici che sono quelli strutturalmente più esposti  alla precarietà del rapporto di lavoro.  Ciononostante  la rivendicazione degli imprenditori e della destra politica si è concentrata sul superamento dei vincoli relativi all’uscita dal lavoro ed in particolare sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che, in aggiunta alla normativa precedente sul divieto di licenziamento “senza giusta causa o giustificato motivo”, prevede la reintegra del lavoratore nel suo posto di lavoro. Il sindacato, e in particolare la Cgil, ha reagito duramente in diversi modi, fino a fare di questo articolo il paradigma di tutto un sistema di diritti del lavoro conquistati in passato, e, per tale motivo, non negoziabile. Nella concreta realtà spesso una difesa rigida e formale della norma non riesce a evitare che essa possa essere aggirata e svuotata di contenuto effettivo. Ciò infatti si è verificato con il decreto legislativo 276/2003, in attuazione della cosiddetta legge Biagi, secondo il quale i contratti atipici non vengono conteggiati agli effetti del raggiungimento della soglia dei 15 dipendenti, oltre la quale entra in vigore l’articolo 18. In tal modo, si è determinato un enorme aggiramento della norma e, soprattutto, un forte incentivo ad assumere con contratti atipici, favorendo così la precarietà del lavoro. 

In occasione dell’acutizzarsi della crisi odierna, utilizzando anche un orientamento espresso dalle istituzioni dell’Unione Europea, il problema del superamento dell’articolo 18 è stato riproposto dal Governo Monti come misura necessaria per adeguare l’Italia alla  regolazione legislativa dei licenziamenti esistente nei paesi dell’UE, e quindi, anche per questa via, facilitare l’attrazione di investimenti esteri nel nostro Paese.

Il sindacato è tornato a sollevare le barricate precisando che il suo superamento rimane “un falso problema”, che senza questo vincolo sarebbe in gioco “la coesione sociale” e che la sua permanenza rappresenta un “fatto di civiltà”. Questo fuoco di sbarramento non ha impedito che il Parlamento modificasse il suddetto articolo con una regolazione differenziata delle tre figure possibili di licenziamento individuale: discriminatorio, disciplinare e per motivi economici, passando dal reintegro ad un possibile risarcimento economico, specie per la terza tipologia. Su questa legge è in corso una raccolta di firme per promuovere un referendum abrogativo. A questo punto credo che il sindacato e lo stesso PD debbano, ognuno dal proprio punto di vista, sottoporre questo problema ad un esame sereno e approfondito per evitare di rimanere intrappolati in una situazione foriera di ulteriori divisioni e problemi  senza prospettive.

Prima di tutto è necessario prendere atto che il licenziamento rimane un fatto traumatico nella vita dell’impresa, come è dimostrato anche da innumerevoli episodi verificatesi nel corso dell’attuale crisi. Come  scrive Aris Accornero: 

“Salvo nei casi di colpa grave licenziare è spiacevole, doloroso ma soprattutto innaturale”. 

Quindi il licenziamento non è facilmente utilizzabile in base a interessi particolari e contingenti dell’imprenditore. 

In secondo luogo, prima della legge, la tutela effettiva contro il licenziamento deriva prioritariamente dalla tutela e dal controllo sindacale nel luogo di lavoro. 

Ezio Tarantelli, economista e grande amico del sindacato, ucciso dalle Brigate rosse, nella sua opera più importante “Economia politica del lavoro” ha scritto

“..lo Statuto rispecchia fedelmente conquiste sindacali già realizzate nel clima politico e conflittuale delle trattative dell’autunno caldo del 1969 … In Italia, sindacati e lavoratori possono ricorrere ai tribunali in caso di violazione dei loro diritti. Ma questo avviene raramente. Il principale deterrente per gli imprenditori è sempre il potere conflittuale dei sindacati”.

Le norme dello Statuto dei lavoratori sono formalmente  il risultato di decisioni parlamentari, ma, nella sostanza, sono state direttamente determinate da precedenti conquiste contrattuali. In particolare l’art. 18 è stato il risultato dello scontro contrattuale dei metalmeccanici del 1969, iniziatosi con la scelta della Fiat di collocare in cassa integrazione a zero ore, anticamera di un successivo licenziamento,  alcune decine di lavoratori per motivi disciplinari. Il sindacato reagì duramente ponendo la pregiudiziale del loro rientro in fabbrica per avviare la trattativa sul contratto nazionale, altrimenti sarebbero partiti subito gli scioperi. Grazie anche alla mediazione attiva del ministro del lavoro Donat Cattin, quei lavoratori furono reintegrati nel posto di lavoro. Tutto ciò avveniva in una grande fabbrica fordista, dove il lavoro, in particolare alla catena di montaggio, era caratterizzato da un alto grado di anonimia e di spersonalizzazione proprie del cosiddetto “operaio massa”. La successiva fase post-fordista ha determinato, sia pure con non poche contraddizioni, una trasformazione del lavoro in direzione di una maggiore esigenza di personalizzazione, partecipazione e responsabilità. Cioè in un contesto in cui un reintegro forzato nel posto di lavoro appare sempre meno conciliabile con una normale attività lavorativa. Non a caso tutto il sindacato, sulla base della diversità del rapporto di lavoro esistente nelle piccole imprese, si oppose al referendum indetto da Rifondazione comunista nel 1990 per estendere semplicemente l’articolo 18 al disotto dei 15 dipendenti, optando per una legge che, in caso di licenziamento illegittimo, invece del reintegro prevede una penalità economica.

Con ciò non si vogliono sottovalutare le ragioni di quella norma, ma l’averla caricata di eccessivo e sproporzionato investimento simbolico ha contribuito a concentrare pressoché esclusivamente l’impegno sindacale su questo aspetto, trascurando altri diritti e tutele che nella nuova realtà del lavoro hanno un valore maggiore del reintegro obbligatorio. Risulta evidente, ad esempio, che introdurre il diritto soggettivo del lavoratore alla formazione permanente ha un valore e una efficacia anti-precarietà molto maggiore di quanto prevede l’art. 18. 

Sarebbe stato più saggio concordare una norma analoga a quella tedesca, senza articolazioni delle tutele e contemporaneamente rivendicare altri diritti di maggiore efficacia per la sicurezza del lavoratore. Tanto più che con l’introduzione dell’art. 8 della legge 148/2011 il governo di centrodestra ha voluto definire per legge, i contenuti della contrattazione di secondo livello, in particolare quegli aspetti del rapporto di lavoro, compreso il licenziamento, che rappresentano potenziali punti di arretramento delle condizioni di lavoro, in  deroga alle disposizioni di legge e  dei contratti nazionali. 

Ciò che va comunque evitato è il duplice errore di considerare con nostalgia le condizioni di lavoro del passato e di sopravalutare l’efficacia della tutela legislativa del rapporto di lavoro. Se è vero che in passato si sono raggiunte rilevanti conquiste in un tempo relativamente breve, tuttavia ciò non ha cambiato alla radice la realtà del lavoro subordinato. L’esperieza poi insegna che la tutela giuridica dei diritti dei lavoratori risulta strutturalmente condizionata dalla necessità del giudice di applicare una norma fissa, il cui contenuto dipende dalle scelte della maggioranza parlamentare che l’ha approvata, ad una realtà dinamica e complessa come il rapporto di lavoro.

Per tutte queste ragioni il PD dovrebbe affermare con decisione che l’art. 18 rimane una partita sostanzialmente chiusa, opporsi chiaramente al referendum relativo, e lavorare per introdurre nuovi diritti e tutele contro la precarizazione del lavoro. 

 

4.4.- La  produttività come condizione della crescita

Dopo la prevalenza delle politiche del rigore, indispensabili per mettere in ordine la finanza pubblica e recuperare credibilità e autorevolezza internazionali, la politica economica e sociale del prossimo governo dovrà cimentarsi sui problemi cruciali della crescita economica e dell’occupazione. Una sfida difficilissima che richiede di realizzare, con coerenza, determinazione e tempestività, una serie di riforme strutturali che il governo Monti non è riuscito pienamente a realizzare  dati la sua breve durata e  i vincoli della sua anomala maggioranza parlamentare.  La crescita economica diviene la condizione imperativa per affrontare tutti gli altri problemi dal debito pubblico all’occupazione, dai salari ai consumi.

La crescita è legata essenzialmente alla capacità del nostro Paese di specializzarsi in prodotti a più alto valore aggiunto, di più alto livello qualitativo, e a forte propensione all’export, tramite una progressiva trasformazione della struttura produttiva. Questo obiettivo è condizionato da una serie di condizioni più generali come il miglioramento istituzionale, la diffusione della legalità, la ricostruzione del capitale sociale, maggiore efficienza e innovazione del settore finanziario, 

In questo contesto la crescita della produttività rappresenta la base imprescindibile per riavviare lo sviluppo. Come ha recentemente affermato l’economista, premio Nobel, Paul Krugman:

“La produttività non è tutto, ma a lungo andare è quasi tutto. La capacità di un paese di migliorare il suo standard di vita nel tempo dipende quasi interamente dalla sua capacità di aumentare la produzione per lavoratore”.

La produttività, è diventata comunque il parametro di riferimento fondamentale per valutare la qualità di un sistema produttivo, il suo grado di competitività, e lo stesso livello dei salari. Ma per incrementarla occorre affrontarla nei suoi termini reali, cioè nella duplice dimensione di produttività del lavoro e di produttività totale dei fattori,   come obiettivo che deve vedere responsabilmente impegnati tutti gli attori dell’impresa e dell’economia. 

Ecco come il Governatore Mario Draghi precisava tale realtà:

“La nostra produttività ristagna perché il sistema non si è bene adattato alle nuove tecnologie, alla globalizzazione…Le nostre analisi chiamano in causa la struttura produttiva italiana, più frammentata e statica di altre, e politiche pubbliche che non incoraggiano, spesso ostacolano, l’evoluzione di questa struttura...Se la produttività ristagna la nostra economia non può crescere”

In questo gravoso compito del rilancio della produttività, il futuro governo avrà una difficoltà in più, derivante da un rapporto culturalmente ostile tra produttività e sinistra. Per quest’ultima la produttività rimane un concetto e una realtà di dominio padronale,  che coincide essenzialmente con l’intensificazione e lo sfruttamento del lavoro. Il rapporto con la produttività è stato un motivo di permanente confronto polemico tra Cisl e Cgil fin dagli anni 50 quando la Cisl sostenne i “comitati della produttività” come premessa per una più forte dinamica dei salari. Nonostante le diverse conferme della realtà circa la necessità di un sostanziale rapporto produttività-salari questa opposizione è rimasta  e si manifesta con un disimpegno su questo problema, nonostante l’aver dovuto affrontare questa crisi partendo da una produttività stagnante nei vent’anni precedenti. Ciò spiega anche il comportamento della Fiom alla Fiat, di rifiuto di un qualsiasi impegno per rilanciare un’impresa appena uscita da uno stato pre-fallimentare, e di assumersi la necessaria responsabilità e  la fatica per portare a termine un negoziato. Questa diffidenza se non opposizione all’impegno per accrescere la produttività rappresenta una causa, non secondaria, anche  del basso livello dei salari dei lavoratori italiani. In questo campo, è venuta a mancare una contrattazione dinamica del salario attraverso una diffusa contrattazione aziendale, particolarmente necessaria dopo l’eliminazione della scala mobile nei primi anni ’90. Così si è perso quel rapporto salari-produttività consistente in uno stimolo reciproco dei due termini, e non nel semplice adeguamento passivo del salario alla produttività data, e si è smarrita quella lezione dell’esperienza per cui a bassi salari corrisponde bassa produttività e l’equilibrio salari-produttività è possibile a livelli diversi. In questo ambito il problema del prossimo Governo diventa quello di assumere la crescita della produttività come obiettivo primario, acquisendo il consenso e l’impegno delle parti sociali. Un obiettivo arduo data la cultura di riferimento di gran parte della sinistra, ma passaggio ineludibile per la crescita.

 

5.- Alcuni punti di una possibile agenda sul lavoro

Il prossimo Governo, a fronte degli affetti devastanti della disoccupazione di massa e della precarizzazione del lavoro dovrà impegnarsi in una forte e determinata politica di lotta alla disoccupazione, specie giovanile e femminile, al superamento della precarietà del lavoro, all’estendere misure di sicurezza nella prospettiva di una più concreta flexisurity anche nel nostro Paese, e a migliorare la qualità del nostro welfare rispetto alla necessità di maggiore equità e inclusione sociale.

Mantenendo ferma la premessa che ogni scelta in  tal senso presuppone la ripresa di un cammino di crescita della nostra economia, nel campo specifico delle politiche del lavoro e del welfare sarebbero auspicabili interventi di questo tipo:

a).- Riduzione della pressione fiscale su lavoro e imprese: tutti convengono sulla pressante necessità di una scelta del genere, per aumentare i consumi e ridurre il costo del lavoro, ma il contesto dei vincoli assunti recentemente (pareggio di bilancio nel 2013 e attuazione del percorso del fiscal compact) rendono la sua realizzazione una sorta di quadratura del cerchio. Mentre occorre fare tutti gli sforzi per raggiungerlo con la dovuta copertura finanziaria, in campagna elettorale, vanno evitate promesse propagandistiche. La serietà e il rigore della politica trova qui un primo campo di applicazione.

b).-Un piano per l’occupazione giovanile e femminile 

     Di fronte alla gravità e persistenza della crisi, e alla conseguente drammaticità della “questione sociale”, richiamata anche recentemente dal Presidente della Repubblica, diviene necessario un intervento pubblico di emergenza per la promozione dell’occupazione nelle fasce del mercato del lavoro più svantaggiate: giovani e donne. In concreto si potrebbe varare, con un sostegno finanziario significativo, un piano di  inserimento al lavoro, per un triennio, di alcune centinania di migliaia di giovani e donne, anche con rapporto di lavoro part-time, in attività produttive e di servizio di particolare interesse per la collettività.

c).- Un insieme organico di misure di lotta alla precarietà del lavoro 

     Occorre partire dalla convinzione che la precarietà del lavoro, è una delle cause più dirette e gravi dell’attuale rapporto negativo tra giovani e lavoro, e della diffusione dell’incertezza e della paura nei confronti del futuro che, oltretutto, contrasta nettamente con l’esigenza della crescita. Diventa perciò urgente la realizzazione di un intervento organico contro la precarietà del lavoro le cui coordinate potrebbero essere le seguenti:

   - il contratto unico di ingresso normale al lavoro, partendo dalle proposte da tempo in campo, e, conseguentemente, riducendo drasticamente e semplificando le tipologie di contratto previste dalla legge 30/2003. Le motivazioni di tale scelta sono, a mio avviso due. La prima è che una redistribuzione paritaria delle tutele può attestarsi ad un livello medio superiore alla situazione  attuale di sperequazione intollerabile tra i diversi contratti di lavoro. In secondo luogo, con una semplificazione radicale delle forme contrattuali del rapporto di lavoro si aumenta la possibilità di controllo sindacale, che rappresenta la garanzia maggiore di tutela dei diritti dei lavoratori.

- Il salario minimo per legge, per porre fine ai risorgenti episodi di super fruttamento a danno dei lavoratori meno qualificati e protetti, in particolare immigrati, consentendo più facilmente alla contrattazione di intervenire a tutela dei livelli salariali superiori e della qualità del lavoro. A mio avviso un lavoratore che lavora per l’intero orario contrattuale dovrebbe percepire una retribuzione minima nell’intorno dei mille euro.

     - una più efficace tutela dei rimanenti contratti atipici, come:

- contratto di apprenditato: anche l’ultima regolamentazione prevista dalla riforma Fornero mostra la corda. Ciò a causa del criterio della riduzione di costo che rimane preponderante rispetto al valore primario e caratterizzante della formazione in questo contratto. Fino a quando non si riuscirà a ripristinare la corretta gerarchia delle due finalità l’apprendistato rimarrà un problema irrisolto. Quindi, più che l’ennesima variazione normativa serve la corretta presa in carico del problema da parte della contrattazione.

            - contratto a termine: il problema prioritario è ridurre il tempo entro il quale tali contratti possono essere reiterati (massimo due anni). Tre anni rappresentano un tempo lunghissimo che determina facilmente la permanenza del lavoratore in una “trappola della precarietà” anche in futuro. 

            - contratto interinale (di somministrazione) pur confermando che, in genere di tratta di un contratto regolare e tutelato, occorre impedire il suo uso improprio come contratto di ingresso, reiterabile senza vincoli, per lavoratori di  medio-alta qualificazione, rigorosamente selezionati dall’azienda utilizzatrice che rappresenta il vero datore di lavoro, totalmente libero da qualsivoglia vincolo e responsabilità.

   - partite Iva e Co.co.co. :  i criteri di presunzione di un rapporto di lavoro subordinato, introdotti dalla riforma Fornero, mitigati da una serie di eccezioni, presentano il limite che non riescono a scalfire il rapporto sostanziale di dipendenza economica del committente-datore di lavoro. Sulle partite Iva inoltre spesso si accanisce il fisco con criteri presuntivi di carattere vessatorio. Credo che in questi casi la legge, pur necessaria, manifesti la sua impotenza e solo il ruolo integrato della contrattazione e del controllo sindacale possono rappresentare una intervento efficace.

 -Voucher:  introdotto come strumento di regolazione semplificata del lavoro intermittente, si è rapidamente diffuso in una serie di settori come l’agricoltura e i servizi, raggiungendo la cifra di oltre 20 milioni. Di fronte a questa realtà appare doveroso verificare se quello che doveva essere uno strumento di regolazione semplificata di un particolare lavoro sia diventato un strumento di precarizzazione di altre attività. In ogni caso diventa indispensabile una contrattazione specifica, da trasferire anche sul piano legislativo. 

- ammortizzatori sociali: va completata la riforma Fornero, semplificando le diverse forme, collegando più efficacemente la loro erogazione a precisi impegni di formazione e ricollocamento al lavoro, e estendendoli a tutti i lavoratori dipendenti; 

- intervento formativo: questi contratti atipici, rappresentano una fase transitoria della vita lavorativa e, per evitare forme di ghettizzazione precaria, abbisognano di particolari interventi formativi, che finora o non ci sono stati o in misura inadeguata. Ad esempio con la riforma Fornero il finanziamento della formazione per il lavoro interinale è stato diminuito dal 4% al 1,8%, con le risorse relative dirottate ad altro scopo, senza nessuna osservazione o protesta.

     - i servizi per l’impiego:dopo il loro trasferimento alle Regioni e alle Province  sono stati pressochè abbandonati a sé stessi. condizionati anche dal carattere prevalentemente passivo delle politiche decise a livello nazionale, tranne qualche eccezione, non sono stati soggetti di innovazione delle politiche del lavoro L’occasione della rimessa in discussione delle Province dovrebbe essere utilizzata per una ridefinizione complessiva del loro ruolo come soggetti di promozione delle politiche attive del lavoro sul territorio, in particolare a sostegno dei soggetti deboli e svantaggiati sul mercato del lavoro.

d).-Rendere effettivo il ruolo centrale dell’istruzione e della formazione: questo rappresenta uno dei maggiori ambiti di arretratezza delle politiche del lavoro dal momento che il futuro delle imprese e del sistema produttivo saranno sempre più determinati dalla qualità del capitale umano. Una politica innovativa in questo campo deve partire dalla riqualificazione del nostro sistema scolastico e universitario, che, al di là delle difese d’ufficio, si trovano in una condizione di complessiva arretratezza rispetto ai sistemi formativi degli altri paesi avanzati. 

     La riqualificazione dell’intero sistema di istruzione rimane anche la premessa di ogni politica dell’occupazione rivolta al futuro e coerente con la necessità di riqualificazione del sistema produttivo e dei servizi. Il nuovo governo dovrà dimostrare in modo concreto la sua scelta in direzione della sua centralità come bene comune primario.

     Urge la necessità di interventi di riforma strutturale in coerenza con la nostra Costituzione, uscendo dalla contrapposizione riduttiva pubblico-privato, per dare alla scuola e all’università, in particolare a quelle pubbliche, le risorse, i programmi e gli insegnanti all’altezza del compito immane di ricreare la cultura, lo spirito civico, la cittadinanza attiva degli italiani di domani.

Un discorso a parte merita il sistema formativo collegato al lavoro nel quale il ritardo è altrettanto preoccupante. Innanzitutto in termini di finanziamento dove riusciamo a mala pena ad utilizzare parzialmente e male i fondi europei mentre il finanziamento interno è fermo allo 0,30% del monte salari dal 1978 e spesso è stato ed è  usato per finalità diverse dalla formazione. Ciò mentre in Francia da anni il finanziamento è pari all’1,50% e una legge garantisce a tutti i lavoratori, come diritto soggettivo alla formazione, 20 ore all’anno retribuite per i propri programmi formativi. La Germania con il suo sistema duale è ancora più avanti. Da noi l’aumento del finanziamento allo 0,50% del monte salari previsto dall’accordo di concertazione del dicembre 1998 è stato, incomprensibilmente, non applicato, mentre la destra ha attaccato duramente la formazione professionale, come strumento di sostegno assistito dei formatori. In realtà nel nostro Paese, se escludiamo un certo interessamento delle imprese, è mancata e manca, una adeguata rappresentanza della domanda formativa finalizzata alla crescita professionale dei lavoratori, tramite la contrattazione dei piani formativi di impresa e di territorio. Questo, a mio avviso, rappresenta uno dei ritardi culturali e operativi, più evidenti dell’azione sindacale  a tutela del lavoro post-fordista, tanto che gli stessi fondi interprofessionali per la formazione continua, dopo oltre dieci anni dalla loro istituzione,  sono riusciti a coinvolgere soltanto una quota insufficiente di lavoratori, e il loro interventi riguardano spesso ambiti impropri come la formazione per la sicurezza e altro.

Risulta perciò auspicabile che il nuovo governo faccia della formazione professionale un ambito prioritario degli interventi, riportandole, con il coinvolgimento attivo delle parti sociali, al livello di diffusione e di qualità necessari per recuperare il nostro grave ritardo che ci rende arretrati di fronte ai maggiori paesi europei.

 

e).Ridefinire e attuare una riforma organica del welfare 

Dopo i recenti interventi di riforma, realizzati con l’attenzione prevalente agli effetti sui conti pubblici, è necessario ritornare a ridefinire in modo organico il nostro modello di welfare alla luce dei problemi da risolvere, aggravati dalla crisi. A mio avviso i criteri prevalenti dovrebbero riguardare:  

    Pensioni: pur prendendo atto che le scelte contenute nella riforme Fornero sono state ampiamente condizionate dai rapporti  con l’UE più che dal semplice equilibrio finanziario del sistema previdenziale, sarebbe sbagliato e controproducente ritornare indietro in materia di età pensionabile e pensioni di anzianità. Questa riduzione del peso percentuale del sistema previdenziale sulla spesa sociale, va utilizzato per rafforzare entità e qualità degli interventi negli altri settori del welfare in coerenza con la struttura della spesa a livello europeo. Nel settore vanno comunque risolti due problemi: gli esodati e il ripristino dell’adeguamento delle pensioni all’inflazione.

     Sugli esodati occorre garantire la copertura, sulla base della normativa precedente a tutti gli interessati, avendo comunque presente che se il loro numero ha raggiunto una cifra enorme, sia pure in un contesto di crisi,  ciò è dovuto anche perché l’andata in pensione con i tempi consentiti dagli ammortizzatori sociali è stata la via facile che ha consentito, a spese della finanza pubblica, di mettere tutti d’accordo, parti sociali e lavoratori interessati,  talvolta in alternativa alla difesa dei livelli di occupazione.

La lotta alla povertà va intensificata con l’introduzione di un reddiro minimo di inserimento per combattere la povertà assoluta di chi non è coperto da nessuno dei  diversi istituti del welfare attuale, e sostenere le famiglie, in particolare quelle monoreddito e con figli.

Sanità l’attuale lotta agli sprechi come obiettivo di risanamento finanziario del sistema sta incidendo negativamente sulla qualità e l’estensione dei servizi. Occorre garantire le conquiste raggiunte nella tutela della salute dei cittadini e un maggiore  intervento a favore delle categorie svantaggiate, come i non autosuffcienti) attraverso una applicazione più rigorosa del principio dell’universalismo selettivo in modo che i cittadini concorrano al sostegno del sistema sulla base del reddito.

Una riflessione attenta dovrebbe riguardare le prospettive del cosidetto welfare aziendale, realizzato tramite la contrattazione collettiva tra le parti sociali a livello di impresa o di categoria. Credo occorra evitare che questo  “secondo welfare” si sostituisca progressivamente al primo riproponendo una situazione analoga a quella pre-riforme con le diverse mutue o casse aziendali a detrimanto dell’uguaglianza dei trattatmenti come criterio fondamentale del welfare.

 

Conclusioni di un ex sindacalista

Scopo di questo scritto è dare un modesto contributo per sollecitare l’attenzione, sulla questione cruciale del lavoro, e sui problemi  ad essa connessi, in relazione all’azione di governo del Paese. Una attenzione fuori da ogni enfasi ideologica o da eredità del passato, vere o presunte, affinchè si concentri sui binari più realistici delle questioni irrisolte e in particolare sul rapporto con il sindacato, il cui peso, nel bene e nel male, è sempre stato determinante per le scelte di politica del lavoro nel nostro Paese. Serve cioè un confronto PD-sindacato non mediato dalla tradizione del governo amico ma fondato sulla ricerca e sulla valorizzazione di un ruolo convergente dei diversi soggetti coinvolti che, in questa occasione, dovrebbero riscoprire quel protagonismo responsabile che negli ultimi tempi sembra offuscato.

Per questo, dal mio punto di vista, ho espresso, in prevalenza, giudizi critici sullo stato del sindacato,  forse, per alcuni aspetti, semplificando una realtà più complessa, o sottovalutando la fatica, e talvolta la sofferenza, di chi deve sobbarcarsi l’onere di guidare organizzazioni di milioni di iscritti, in una crisi come l’attuale. Se l’ho fatto è  perché rimango convinto che il sindacato debba uscire dalla situazione di difficoltà e divisione in cui versa, per il bene dei lavoratori e dell’Italia. A tale scopo non servono analisi continuiste e consolatorie o rinvii a tempi migliori (che non ci saranno) dei chiarimenti indispensabili per fare del prossimo governo di centrosinistra, un effettivo soggetto capace di dare risposte più serie ed efficaci a quello che gli italiani considerano il problema determinante la qualità del loro futuro. Secondo lo spirito che un politico non accomodante, come Riccardo Lombardi, così esprimeva:

“Non c’è nessun altro problema in questo momento, compreso quello dei salari, che sia così essenziale come quello della disoccupazione…Ora il problema dei disoccupati non si può affrontare con i metodi dell’ordinaria amministrazione, voglio dire col metodo degli espedienti anche costosi, con il quale è stato affrontato fino ad oggi. Non si può di questo problema, che è anche problema morale, oltre che politico, fare un problema che abbia la stessa natura, lo stesso rilievo di tutti gli altri…Si sacrifichi qualunque altra cosa, si sacrifichino anche dei principi, ma il problema della disoccupazione deve essere risolto.” 

Queste parole furono pronunciate all’Assemblea Costituente, cioè in uno dei momenti più alti della elaborazione dei diritti di cittadinanza, a dimostrazione che anche i diritti devono sempre fare i conti con la vita delle persone. 

“Non c’è niente di peggio di una società 

fondata sul lavoro ma senza lavoro”

(Hannah Arendt) 

 

“La difficoltà non sta nel credere nelle idee nuove,

ma nel fuggire da quelle vecchie,

le quali, per coloro che sono stati educati

come lo è stata la maggioranza di noi, 

si ramificano in tutti gli angoli della mente”. 

(John M. Keynes)

 

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