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Dalle elezioni un Governo per fare … cosa?

di Flavio Pellis – Segretario Generale AReS

Siamo in un passaggio cruciale della storia italica; possiamo continuare galleggiando oppure decidere.

Abbiamo sostenuto il governo Monti per togliere l’Italia dal baratro, abbiamo fatto bene, ma è stata una operazione prevalentemente difensiva. Abbiamo limitato le perdite, ma chi ha pagato il prezzo maggiore sono stati i ceti medi, il popolo di lavoratori e pensionati, i piccoli imprenditori e gli artigiani. Non le corporazioni, le rendite e quel 10% di veri ricchi che detengono quasi il 50% della ricchezza nazionale. Inoltre, molti ritengono ancora che l’adesione acritica alla deregulation liberista sia ancora il requisito indispensabile per governare, confidando che lo sviluppo segua ... Ma questa strada si è dimostrata fallace oltre che ingiusta.

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PER IL LAVORO E CONTRO LE DISUGUAGLIANZE

Koiné è un’associazione che coinvolge quanti considerano cruciale affrontare i problemi sociali e del lavoro ed è  promossa da dirigenti ed ex dirigenti sindacali di Cgil, Cisl ed Uil, da intellettuali, operatori economici, professionisti. In vista delle elezioni politiche del 24 febbraio, Koiné esprime il suo pieno sostegno alla coalizione di centro sinistra. La scelta è motivata dalla necessità di perseguire un profondo cambiamento della condizione economica e sociale del Paese e dall’esigenza di evitare un aumento delle disuguaglianze.  Il declassamento e la svalutazione del lavoro e della condizione sociale dei “ceti medi” (sia lavoratori sia pensionati) è stata, principalmente in Europa, una delle cause non secondarie che hanno contribuito alla instaurazione di regimi autoritari. Del resto, la democrazia è sempre necessaria allo sviluppo. Non il contrario.

 

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Il lavoro, il PD, e il governo del Paese

 

di Luigi Viviani

 

Le prossime elezioni di febbraio, imprevisti a parte, dovrebbero consentire l’accesso del centrosinistra, con le allenze che riuscirà a costruire, al governo del Paese. 

In questa prospettiva appare necessario un approfondimento particolare sui problemi del lavoro, almeno per  tre motivi:

  • -perché il lavoro viene proposto come priorità fondamentale da parte del PD fino a indicarlo, nella Carta d’intenti, come “parametro di tutte le politiche pubbliche”, e quindi su di esso si giocherà, in gran parte, la caratterizzazione e l’efficacia dell’azione di governo;
  • -perché le proposte sul lavoro contenute nel documento, proposto dall’ex- premier Monti, rappresentano complessivamente un pacchetto di scelte che sfida il PD su un terreno che tradizionalmente è parte rilevante della sua identità;
  • -perché la questione delle politiche del lavoro è stata la motivazione fondamentale della crisi dei due precedenti governi di centrosinistra, guidati da Romano Prodi.

Questa volta il compito si presenta più difficile e impegnativo perché si tratta innanzitutto di determinare una svolta della nostra economia in direzione della crescita, come premessa per una ripresa dell’occupazione, in una situazione di perdurante crisi, e in presenza di vincoli finanziari assunti a livello europeo, destinati a durare  per alcuni anni. Ciò sarà possibile soltanto se il Governo realizzerà, con chiarezza e determinazione, politiche innovative senza conservatorismi, anche perché dovrà guadagnarsi la fiducia, l’impegno e la mobilitazione responsabili delle parti sociali e della più ampia società civile.

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Monti: con chi e per fare cosa?

3/01/13 - Pierre Carniti

Quando un nuovo gruppo si presenta sul mercato politico, in un sistema tendenzialmente frantumato e frastagliato come quello italiano, le domande che la gente comune (oppure, secondo la formula più di moda, “la società civile”) si pone sono: con chi sta e cosa vuole fare? Sono appunto queste le domande che vengono rivolte al professor Monti, a seguito del suo tentativo di riorganizzare un “centro” da tempo privo di identità e di ruolo. Etichetta quella centrista che, per altro, l’ex premier dichiara di non gradire. Sarà magari per questa o per altre ragioni, rimaste misteriose, che fin’ora le domande sono rimaste eluse. E probabilmente continueranno ad esserlo nei due mesi scarsi che ci separano dalle elezioni.  E’ possibile che decidendo questa condotta  Monti si sia ispirato a Dante, il quale fa dire a Virgilio: “che la dimanda onesta  / si de’ seguir con l’opera tacendo”. Oppure che ritenga invece più conveniente evitare, per calcolo elettorale, quesiti giudicati scomodi. Sia come sia, le due questioni sono sul tavolo ed è opportuno parlarne. Provo quindi a dire la mia.

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Monti candidato: risoluto o insicuro?

27/12/12 - Pierre Carniti

Lo scioglimento delle Camere e la convocazione delle elezioni hanno accresciuto il tasso di confusione e di nervosismo che abitualmente domina la politica italiana. Anche Monti, nella sua lunga conferenza stampa di commiato, domenica 23 dicembre, si è buttato nella mischia. Non senza ambiguità. Che per altro sono il tratto tipico della politica italica. E così tra un: “mi candido senza candidarmi”, un “ci sono, ma non ci sono” si è avuto l’impressione di avere di fronte un insicuro che si paragonava a De Gasperi pensando però di essere il nuovo Cavour. Insomma se si debbono prendere per buone le sue dichiarazioni, ascoltate nella maratona televisiva nella quale gareggiava con il Cavaliere, potremmo definirlo  un candidato riluttante, sdegnoso, recalcitrante. Ma tutt’altro che indisponibile. Tant’è che solo tre giorni dopo non ha esitato a proclamare: “Saliamo in politica per rinnovarla”. Formula che non si sa bene cosa significhi. Ma che in concreto potrebbe preludere ad una candidatura a premier per conto di una coalizione. Oppure potrebbe trattarsi di una semplice strizzata d’occhio agli “ottimati”

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Lo spread ossessione a ragione la politica

di raffaele morese

Mi dispiace dover ricorrere allo spread per rendere più sintetico un breve ragionamento. Ma mi conforta il ricordo di quando, assieme ad altri sindacalisti venivamo chiamati da Ciampi, allora Presidente del Consiglio di un Governo che doveva proseguire il lavoro di ricostruzione della credibilità dell'Italia avviato da Amato (siamo nei primi anni 90 e a ridosso dell'accordo sulla politica dei redditi), e ci accoglieva leggendoci i dati del differenziale tra il marco e la lira che, piano piano, si accorciava. Era il suo modo di spiegarci come la pensava sulla gestione dell'economia. Uno stile alquanto differente da quello di Berlusconi che,  nel riceverci durante il suo primo Governo, ci leggeva in dati su come e  quanto spendevano le aziende in pubblicità.

Ebbene, lo spread è sceso sotto quota 300 dopo le primarie dell' “Italia bene comune” ed è salito sopra 350 dopo che Berlusconi ha fatto il doppio annuncio: staccare la spina a Monti e ritornare in campo per le elezioni politiche. Il mercato finanziario non ha mai ragione a priori e bada innanzitutto ai fatti propri; ma anche e perfino questi, alla fin fine, attengono alla credibilità e solidità dei sistemi economici. E l'Italia si dimostra ancora fragile e inaffidabile, se la sua politica invece di fornire ai cittadini una legge elettorale meno sgradevole del porcellum, un provvedimento che blandamente impedisca ai condannati penali di essere eletti e misure efficaci per non far chiudere aziende come l'ILVA, pensa a come sopravvivere.

Ma il momento della verità è vicino. A breve si andrà a votare e verificheremo come la pensano gli italiani. C’è da augurarsi che vogliano uno spread che cali ancora più dei 285 punti che ha indicato recentemente Monti come suo obiettivo auspicabile. Per poter realisticamente puntare a politiche di crescita  e di equità bisogna essere al riparo dalle incertezze della finanza pubblica e delle scelte degli investitori. E solo se c’è questo consolidamento, si può dare slancio a l’una e all’altra politica con scelte anche ardite come la ripartizione forzata del tempo di lavoro e una rimodulazione del carico fiscale che non coinvolga soltanto il patrimonio immobiliare (anzi lo alleggerisca, perchè l’IMU è una patrimoniale iniqua), ma anche quello mobiliare.

 

 

VOGLIO FARE UNA SCOMMESSA

Raffaele Morese

 

Accetto scommesse su come sarà utilizzato l'accordo sul salario di produttività, al quale manca la firma della CGIL. Io sono certo che gli accordi che verranno fatti a questo titolo nelle aziende avranno la firma dei rappresentanti della CGIL, sia nazionali che locali, che di fabbrica. Non vedo ragione perchè si debbano tirare indietro da una discussione che ha per oggetto la produttività del lavoro - che ovviamente è questione da maneggiare con cura - ma che, una volta realizzata, può provocare un aumento del salario reale, spesso significativo, data la bassa tassazione fiscale ipotizzata dalla vicina legge di stabilità, per i prossimi tre anni.

La mia non è una lettura nella palla di vetro. Nei due anni passati, l'incentivo fiscale previsto è stato utilizzato tutto e nel 2011 è stato anche superato. Non ci sono notizie di accordi separati al riguardo, salvo qualche mosca bianca e naturalmente la nebulosa Fiat. Per il futuro, le prospettive di uscita dalla crisi sono ancora fragili, ma le probabilità che le imprese osino investire di più, attrezzarsi di più in vista di una ripresa dei consumi, riorganizzarsi per meglio raggiungere i mercati più lontani sono certamente maggiori che in passato. Tutto ciò, implicherà crescita della produttività e quindi intese nelm solco dell'accordo del 21 novembre.

Semmai sarà interessante verificare se i sindacati riusciranno ad utilizzare appieno quell'accordo, cercando di far coesistere più produttività con più occupazione o si accontenteranno di tutelare al meglio i "padri". C'è il rischio che i "figli" non vedano in quest'accordo niente che  possa interessare loro. Ma tutto dipende dalla sua gestione. Se resterà lettera morta il riferimento alla prospettiva di metà pensione e metà lavoro per i più anziani, se non avrà seguito la previsione di considerare la ripartizione del lavoro che c'è come elemento della produttività, il pessimismo avrebbe buon mercato. C'è da augurarsi, invece, che le cose vadano nella direzione di una maggiore diffusione della logica della solidarietà, da far coesistere con quella economicistica.

La CGIL non può correre l'alea di non firmare a Roma e di firmare in periferia. Non sarebbe serio, né auspicabile che ciò accada. Quanto ha chiesto, in finale di trattativa, è legittimo, sia che si tratti della detassazione della tredicesima che del ruolo contrattuale della FIOM. Ma questo vale l'autoesclusione dall'intesa sul salario di produttività?    

Produttività? Modello PARTECIPATIVO!

di Flavio Pellis
Nel suo ultimo articolo (note ISRIL n.36) il prof. Giuseppe Bianchi ha affrontato il tema della produttività, evidenziando come bisogna ragionare di “produttività economica misurata in termini di valore aggiunto pro-capite” anziché di “produttività fisica, misurata in termini di output per unità lavorativa”; cioè “stimolare la qualità innovativa dei prodotti e dei processi che non le quantità, aprendo una riflessione sulle nuove organizzazioni del lavoro e sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione ed ai benefici di una strategia basata sul miglioramento continuo”; quindi, più che “le quantità prodotte vale il valore economico della produzione ottenuto attraverso la creazione di nuovi prodotti, nuovi processi, nuove istituzioni di partecipazione, nuove competenze”, concludendo che “la scarsa competitività delle imprese italiane è soprattutto imputabile ad una loro limitata propensione ad innovare, che è invece la carta vincente dei nostri campioni nazionali”.
Ne deriva la domanda sul come “rimettere in moto il motore della produttività creando le necessarie condizioni di consenso basate sulla reciprocità degli interessi”.

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