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Riusciranno i nostri eroi….!?..

di Pierre Carniti

“Vorrei sapere da lor signori”, disse la Fata, rivolgendosi ai medici riuniti  intorno al letto di Pinocchio, “vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo?…” A questo invito il Corvo,  facendosi avanti per primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi e quando ebbe tastato ben bene, pronunciò solennemente queste parole: “A mio credere il burattino è belle morto, ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio che è sempre vivo!” “Mi dispiace”, disse la Civetta, “di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega, per me invece il burattino è sempre vivo, ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!”

L’immortale prosa di Collodi è tornata prepotentemente alla mente leggendo le prognosi sullo stato di salute dell’Europa e dell’Italia dilagate per tutta l’estate, nonostante l’afa ed il caldo torrido, con il volenteroso apporto di politici loquaci, di opinionisti saccenti ed economisti sentenziosi. Dalle loro illuminanti analisi abbiamo potuto trarre il consolante convincimento che, così come il cavaliere de La Palisse il quale “un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita”, anche l’euro, se non implode, riuscirà a reggere. A sua volta l’Italia, se non va in default, potrà continuare a restare nell’euro. Rassicurati da queste penetranti diagnosi dovremmo poter affrontare con maggiore sicurezza i gravi problemi con i quali siamo alle prese, sia come Europa che come Italia.

 

Forse però, per  tentare di venire veramente a capo di qualcuno dei nostri guai, dovremmo innanzi tutto tentare di capire l’origine e la natura delle questioni con le quali siamo alle prese e valutare possibilmente costi e vantaggi delle possibili soluzioni. Magari, senza ignorare nemmeno l’invito al senso del limite di Goethe. Secondo il quale: “l’uomo non è nato per risolvere i problemi del mondo, ma per cercare dove il problema comincia, al fine di tenersi nel limite della intelligibilità”. Avendo presente questa soglia cerchiamo dunque di capire qualcosa di più di ciò che sta accadendo, incominciando dall’Europa.

 

1. In proposito, il primo elemento nel quale si inciampa è che negli ultimi mesi sono venuti al  pettine, con forza devastatrice, i tre più gravi deficit della costruzione europea: deficit di governance istituzionale; deficit di coesione tra i governi; deficit delle democrazie nazionali rispetto alle decisioni da assumere a livello continentale. Un deficit, quest’ultimo, che si riflette sulla capacità di funzionamento e di adeguamento alle nuove sfide. In quanto, ostaggio di spinte centrifughe, lascia irrisolte le questioni del consenso, della sovranità, dell’interesse e del bene comune. In questo scenario, poiché i tempi della politica sono purtroppo più lenti di quelli della crisi economica e soprattutto dei mercati (ai quali stiamo irragionevolmente sacrificando sovranità, autonomia decisionale e coesione sociale) aumenta in misura preoccupante il numero di quanti ritengono che l’unico modo di difendersi sia quello di  voltare le spalle all’Europa. E così, mentre con frenetici incontri bilaterali e fin’ora inconcludenti vertici di capi di Stato e di governo si discute sul “come” andare avanti, cresce la parallela tentazione autodistruttiva di quanti pensano che sia invece meglio “tornare indietro”.

Non è un caso che in Europa la geopolitica stia ridiventando protagonista. Che la rivalità tra gli Stati faccia premio sulla complementarietà. Dobbiamo però essere consapevoli che potrebbe finire in tragedia se l’Europa si rivelasse incapace (come molti sembrano ormai inclini a credere) di tracciare una rotta convincente e se ogni paese non tenesse conto che progresso nazionale ed avanzamento europeo sono due facce  della stessa medaglia. Dunque, il dato di fatto di cui si dovrebbe tenere conto è che, malgrado le narrazioni politiche abbiano ripetutamente cercato di escludere una frammentazione della zona euro, i rischi si fanno di giorno in giorno più concreti. Sicché le parole e la moral suasion sono ormai insufficienti a frenare le forze della frammentazione. Oltre tutto incoraggiate da gravi difetti di progettazione e supportate da anni di risposte politiche tattiche invece che strategiche. Perciò:  “Solo comprendendo l’enormità dei rischi che corrono”, sostengono Nouriel Roubini, Nicolas Berggruen, Mohamed A. El-Erian (la Stampa, 23 agosto),  “i leader europei hanno una possibilità di superare le persistenti tensioni interne e convergere su una risposta che possa mutare le regole del gioco”.

 

2. Questa consapevolezza è essenziale per i leader europei e vitale per l’Italia che ha quasi sempre preso l’impegno europeo sottogamba ed adesso cerca affannosamente (ed anche un po’ confusamente) di porvi rimedio. Secondo Antonio Puri Purini (Corriere della Sera del 22 agosto), nei confronti dell’inaffidabilità dell’Italia è esistita ed esiste una atavica prevenzione, fastidiosa ma diffusa (e si potrebbe aggiungere, non sempre immotivata). Il premier italiano Monti se ne è  lamentato anche con la cancelliera Angela Merkel dicendo di temere che questo pregiudizio finisca  per alimentare un parallelo sentimento antitedesco. Volendo, avrebbe anche potuto essere più esplicito mettendo in guardia la sua interlocutrice circa i danni gravi e permanenti che la prevenzione e gli stereotipi possono produrre. L’Italia, in materia, ne sa qualcosa. Pregiudizi e malintesi del Nord verso il Sud hanno infatti minato da subito l’Unità d’Italia. L’entusiasmo patriottico ha inizialmente nascosto, ma assolutamente non cancellato, le diffidenze reciproche tra settentrionali e meridionali. Claudia Petraccone in una eccellente ricerca storica, che andrebbe letta (“Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia”. Editori Laterza.) da conto di epistolari, dibattiti parlamentari ed articoli di stampa dai quali si ricavano testimonianze di un dissidio e di una ostilità  sempre più aperti e sempre più esasperati tra meridionali e settentrionali. Scontri e discussioni a cui non sono stati estranei gli argomenti di un vero e proprio razzismo. Tutt’ora perdurante. Basta considerare la prosa e l’eloquio di gran parte della “dirigenza” leghista. Risultato: dopo oltre centocinquant’anni di “unità”, malgrado gli indiscutibili progressi materiali, l’Italia resta divisa in due. Anzi, per certi versi, lo è più di prima.

Anche sulla base di questa esperienza, l’Italia deve essere più determinata nel sostenere che pace e benessere non sono risultati acquisiti una volta per tutte e che quindi l’Europa non sta in piedi se si riduce ad un unico mercato ed a una eccentrica unione monetaria. Perciò, se si vuole davvero scongiurare un disastro, altrimenti inevitabile, ci si deve battere apertamente per misure coraggiose a partire  da una vera unione economica, fiscale e bancaria, fino a giungere a forme appropriate e democraticamente legittimate di unione politica.

A questo riguardo Mario Monti dovrebbe utilizzare la parte finale del suo mandato e spendere la sua “credibilità” internazionale per aprire una discussione vera sulla congruità delle istituzioni, ma anche sulla qualità ed efficacia delle politiche europee. Contrastando quindi, con la determinazione necessaria, la visione europeistica miope ed autodistruttiva che la destra tedesca e Nord-europea, ma non solo, tenta di imporre.

 

3. Si tratta di un impegno, oltre che necessario, anche sostanzialmente perseguibile. Tenuto conto che al credito europeo ed internazionale di Monti hanno concorso, assieme al suo prestigio intellettuale ed alle competenze accumulate nel corso delle sue diverse esperienze, anche altre circostanze e fattori. Il primo emerge per differenza. Differenza  rispetto al discredito che ormai circondava il suo predecessore. A causa: di un conflitto di interessi (intollerabile in qualsiasi paese democratico); della criminalizzazione della magistratura; del disprezzo per la carta costituzionale e per il Parlamento; delle aggressioni dell’esecutivo contro le sentenze dei giudici; della sbrigativa intolleranza ad ogni limite di legge nella disponibilità e nell’uso del patrimonio naturale ed artistico del paese (basti pensare al dono a Gheddafi della Venere di Cirene); delle discriminazioni etniche (per compiacere l’alleato di governo) fino ai limiti del razzismo. Infine per uno stile personale di vita, spudoratamente esibito,  assolutamente amorale. Non solo in riferimento all’etica religiosa, ma anche (e non di meno) a quella laica. Insomma il giudizio sul suo predecessore era tale che ormai le cancellerie europee di fatto non parlavano più con il governo italiano; i mercati reagivano negativamente; il paese era sempre più allo sbando. Dunque, anche per contrasto, la competenza, la sobrietà, il contegno, i modi educati e signorili di Monti hanno immediatamente giocato a suo favore. Facendone un interlocutore attendibile e rispettato dagli altri capi di Stato e di governo.

 

4. Il secondo. Tenuto conto della sua biografia, Monti è considerato un europeista convinto. Bisogna dire però che, al punto in cui siamo, il solo sentimento, la sensibilità europeista non bastano. Altrettanto inutile è la retorica europeista. Servono, al contrario, chiare battaglie politiche. Sollecitatrici di iniziative e provvedimenti capaci di rendere esplicito che la via dell’integrazione va perseguita e che serve un radicale cambiamento nelle politiche. In proposito non può essere lasciata incertezza. Quindi, il linguaggio guardingo, sospettoso, ripetitivo, stanco e sterile che domina la politica europea non andrebbe più accettato. Oggi infatti si è veri europeisti solo se ci si batte per rompere la pigrizia ed il conservatorismo ed aprire una necessaria fase nuova.

I problemi sono certamente molto difficili e complessi. Tuttavia un aspetto dovrebbe incominciare a risultare assolutamente chiaro. La crisi finanziaria, esplosa nel 2008 negli Stati Uniti, ha rapidamente condotto le economie occidentali in recessione. La crisi finanziaria è così diventata crisi economica ed occupazionale. Nel corso del 2011 essa ha investito i paesi europei. In particolare, l’area dell’euro costruita attorno all’idea di una moneta unica, priva di una effettiva unità sovranazionale democraticamente costituita, di una politica fiscale coordinata e di efficaci centri decisionali, si è trovata nell’impossibilità di adottare misure di politica economica all’altezza della gravità della crisi. In questo quadro l’Italia è in particolari difficoltà. Perché sconta pesantemente le debolezze relative alla scarsa funzionalità del suo sistema politico e soprattutto per la montagna del suo debito pubblico. Di conseguenza, anche per le dimensioni della sua economia, si trova in una posizione assai scomoda. Tra i partner europei cresce infatti l’opinione che le sorti dell’euro e dell’Europa dipendano dalle capacità dell’Italia di superare autonomamente le sfide della crisi. Guardano quindi a noi con crescente diffidenza.

Vale naturalmente anche la considerazione opposta. Secondo la quale l’Italia, in assenza di cambiamenti politici ed economici a livello europeo, è esposta al pericolo di essere travolta da dinamiche che non hanno origine all’interno del paese. In effetti sia l’Europa che l’Italia rischiano la catastrofe perché il progetto di integrazione è avanzato principalmente sul piano di una anomala integrazione  monetaria, con costi del danaro differenziati da paese a paese. E’  infatti soprattutto su questo piano che è esplosa la crisi. In effetti si paga anche lo scotto di una Banca Centrale Europea  pensata e realizzata sulla base di uno schema liberista, in base al quale la politica accetta di  avere le mani legate per evitare di danneggiare l’economia. Da qui l’anomalia di una moneta unica governata da una Banca centrale per statuto vincolata a difendere soltanto il suo valore e dunque impedita ad essere garante di ultima istanza dei debiti pubblici degli Stati che hanno adottato l’euro. I quali si trovavo perciò in una posizione sempre più insostenibile. Perché è come se si dovessero finanziare con una moneta estera. Con un tasso di cambio insopportabile e la conseguenza di dover sacrificare anche obiettivi essenziali come l’occupazione e la crescita.

Per altro, l’idea che l’integrazione si debba basare esclusivamente (comunque prioritariamente ed indipendentemente dalla congiuntura) su vincoli di bilancio non sta in piedi. Il risultato è infatti sotto gli occhi di tutti. L’Unione Europea, sulla base delle decisioni che sono state fin’ora adottate, è infatti sempre più simile ad una nave che può reggere il mare solo in condizioni di bonaccia. Perché quando è investita, come ora, da una tempesta il suo carico, non adeguatamente legato assieme, si  sposta pericolosamente nella stiva, aggravando il pericolo di un disastroso naufragio.

 

5. Il terzo. Le politiche economiche varate fino a questo momento in Europa ed imposte ai singoli paesi non risolvono nulla. Anzi, finiscono solo per aggravare i problemi. In effetti quando paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna, l’Italia ed altri sono prioritariamente impegnati a ridurre i propri disavanzi pubblici, in una situazione già di crisi, si genera una ulteriore contrazione del reddito, della domanda e della produzione. In altri termini si determina un avvitamento recessivo che, senza contare i costi umani e sociali, compromette la possibilità che essi possano raggiungere l’obiettivo  dichiarato: la riduzione del disavanzo e del debito pubblico. Per altro l’avvitamento recessivo, indotto da politiche deflazionistiche, aumenta le difficoltà per le stesse unità produttive di finanziare gli investimenti ed onorare i propri debiti.  Nell’insieme quindi i problemi, invece di avviarsi a soluzione, si aggravano. In effetti la spirale recessiva in Europa è acuita, più che dalle dinamiche del settore privato dell’economia, dalle politiche pubbliche. Sicché il deficit alla base della costruzione europea è qui particolarmente evidente.

Lo confermano, del resto, anche i dati sulla distribuzione del reddito. A seguito della crisi, le diseguaglianze, i processi della concentrazione della ricchezza hanno subito una impennata, mentre sarebbe stato necessario andare nella direzione opposta. Purtroppo si è invece cercato una impossibile via d’uscita attraverso: la riduzione dei salari; una continua cura dimagrante ai sistemi di protezione sociale ormai diventati anoressici; un peggioramento delle condizioni materiali di vita per una parte crescente della popolazione. Al punto che l’aumento della disoccupazione, del precariato, dell’insicurezza sociale, colpiscono ormai aree sempre più estese. Soprattutto dei paesi dell’Europa mediterranea. I risultati di queste politiche sono ora sotto gli occhi di tutti. D’altra parte, le difficoltà economiche prodotte dalla  crisi, affrontate  avendo come riferimento la struttura di pensiero e di  potere che l’ha generata, non potevano che aggravarsi.

In proposito c’è da rilevare che, sebbene lontano dai fanatismi ideologici dei falchi della politica tedesca, olandese, norvegese, ecc, a quella struttura di pensiero anche Mario Monti non ha fatto mancare un suo misurato appoggio. Non a caso, nei giorni antecedenti la formazione del governo da lui guidato, sul Sole 24 Ore (del 5 novembre 2011) ha sottolineato la necessità “di sforzi impopolari nel breve periodo, ma che avranno effetti positivi nel medio e lungo periodo”. Ignorando in proposito l’ammonimento di Keynes che “nel lungo periodo siamo tutti morti”. Resta il fatto che, anche sulla base di queste ed altre analoghe sue prese di posizione, l’establishment economico e politico europeo ha offerto a Monti il proprio apprezzamento e la disponibilità all’interlocuzione. Tanto più che il suo governo si è dichiarato prioritariamente impegnato all’adozione di misure finalizzate al “risanamento” economico-finanziario dei conti pubblici.

Iscritte in questo capitolo sono state anche le così dette riforme strutturali. Come le “riforme delle pensioni e del mercato del lavoro”. “Riforme” che per altro, malgrado tutta la disponibilità alla comprensione,  non sono purtroppo servite a risolvere alcun problema. Anzi, ne hanno addirittura fatto esplodere di nuovi. Basti pensare ad esempio, per quanto riguarda le pensioni, alla  questione degli esodati e del blocco del turnover, conseguente all’allungamento dell’età pensionabile. Con la conseguenza ovvia che per quest’anno ed i prossimi  (cioè fino a quando il Pil non riprenderà a crescere in modo apprezzabile) sbarrerà la possibilità di accesso al lavoro a circa centomila giovani all’anno. Peggiorando ulteriormente la già drammatica disoccupazione giovanile. Mentre per quanto riguarda il mercato del lavoro, non è certo necessario essere esperti del ramo per capire che il bricolage sul lato dell’offerta non poteva e non può produrre risultati, essendo la questione cruciale evidenziata soprattutto dalla mancanza della domanda.

A queste misure si sono inoltre aggiunti i provvedimenti della spending review. Che (nelle intenzioni) dovrebbero portare ed un taglio della spesa pubblica corrente di 26 miliardi, tra il 2012 ed il 2014. Difficoltà attuative a parte, che per altro saranno tutt’altro che facili superare, il proposito è ovviamente condivisibile. Del resto, come si potrebbe non essere d’accordo considerato che l’obiettivo dichiarato è quello di eliminare “inefficienze e sprechi”. Che ci sono e sono tanti. C’è da dire tuttavia, se lo scopo era questo, si sarebbe dovuto procedere con interventi più selettivi e mirati. Non con tagli indiscriminati che in alcuni settori rischiano di trasformare la spending review in un letto di Procuste. Come sappiamo dal mito greco, Procuste tagliava le gambe dei pellegrini che gli chiedevano alloggio semplicemente per fare corrispondere la loro altezza alla lunghezza dei suoi letti. In larga misura anche la spending review sembra mossa dallo stesso criterio. Stando infatti a quanto ha dichiarato Gabrielli, persino la Protezione Civile pare costretta nel letto di Procuste. Se è vero che dal prossimo anno, a causa dei tagli preannunciati, i Canadair antincendi non potranno più mettersi in volo. Mancando i soldi per rifornirli di carburante. Qual’ora la misura dovesse essere confermata se ne deve dedurre che molti tagli sono stati fatti senza andare tanto per il sottile. In ogni caso, più che una scelta di rigore, sembra piuttosto un fatto di sciatteria politica considerare uno “spreco di risorse” persino quelle destinate all’impiego dei mezzi per spegnere gli incendi.

C’è da chiedersi dunque perché, tra le tantissime cose che potrebbero e dovrebbero essere fatte per rimettere l’Italia in carreggiata, si sia lavorato a provvedimenti che, nel migliore dei casi, avevano finalità  puramente dimostrative. La spiegazione prevalente è che si sarebbe trattato di interventi ai quali non potevamo sottrarci a seguito della lettera della Bce. Altri (e tra questi anche il ministro del Tesoro del tesoro del governo precedente) hanno invece sostenuto che non ci sarebbe stato nessun aut-aut della Bce. In quanto la famosa lettera sarebbe stata scritta a Roma per cercare di accreditare gli intenti (meglio sarebbe dire le velleità politiche) di un governo agonizzante, sempre più screditato sul piano internazionale ed ormai da tempo ridotto all’impotenza ed alla paralisi su quello interno. In realtà dunque, secondo questa interpretazione dei fatti, a Francoforte si sarebbero soltanto limitati a tradurre la lettera scritta a Roma.

Sia come sia, c’è da prendere atto che quelle ed altre misure della stessa natura costituiscono da tempo parte dell’armamentario delle politiche (una volta si sarebbe detto di destra) con cui si è cercato di realizzare la dottrina economica basata sulla fiducia acritica nell’efficienza del mercato. D’altra parte, non è un caso che la tesi su cui negli ultimi trent’anni, soprattutto nei paesi occidentali, si è affermato il liberismo economico abbia sempre imputato l’instabilità principalmente alle politiche di intervento pubblico.

In effetti il modello di riferimento più accreditato (e comunemente definito negli anni ’90: Washington Consensus,) si è concretizzato intorno ad alcuni elementi facilmente riconoscibili: liberalizzazione dei mercati finanziari e degli scambi commerciali; tassi di cambio e di interesse determinati dal mercato; flessibilità del mercato del lavoro e parallelo indebolimento del sindacato; riduzione della spesa pubblica e delle tutele sociali; privatizzazioni e deregolamentazione dell’economia; limitazione della funzione redistributiva delle politiche fiscali. Dove ci abbiano portato queste politiche oggi è sotto gli occhi di tutti. Per cercare di uscire dai guai servirebbe dunque un radicale cambiamento.

Ora, tenuto conto che le posizioni di Monti non sono mai state tali da farlo ritenere persona pregiudizialmente ostile alle “teorie economiche liberiste”,  o quanto meno all’idea così detta “neoclassica” (secondo la quale il mercato tende naturalmente verso l’equilibrio e la stabilità, in forza di una lex naturae), il premier italiano avrebbe tutte le carte in regola per spiegare, con l’autorevolezza e la credibilità necessaria, ai capi di Stato e di governo europei che (considerati i dati di fatto ed i termini concreti della situazione) neanche Mandrake riuscirebbe a portare l’economia italiana fuori dalla crisi ed a fare riprendere la crescita in presenza di una progressiva riduzione dei consumi per una larga maggioranza della popolazione. Potrebbe inoltre aggiungere che, se si prescinde dai dogmi di fede (i quali per loro natura non necessitano di alcuna dimostrazione) nella realtà dei fatti non esiste un meccanismo che consenta di fare coesistere: salari e pensioni basse, sommandovi (per fare buon peso!) una progressiva contrazione della spesa sociale, ed assicurare nel contempo  consumi stabili (od addirittura crescenti) in funzione di una produzione in aumento.

Stando così le cose, non dovrebbe avere difficoltà a battersi, assieme a tutti quelli che reclamano una svolta, sostenendo a voce alta (in modo che possa essere sentita da tutti) che l’Europa può tirarsi fuori dai pasticci solo a condizione di un rapido e profondo adeguamento dei processi decisionali e soprattutto delle politiche fino ad ora perseguite.

Se non dovesse impegnarsi concretamente in tal senso, è del tutto evidente che il suo governo finirà per aggiungersi al lungo elenco delle occasioni sprecate dalla politica italiana. In buona sostanza si ridurrebbe ad un esecutivo di “tregua”. Che, al di là dell’impegno e delle intenzioni personali di chi l’ha formato e di chi lo compone, finirebbe per non assolvere altra funzione che quella di consentire alla legislatura di arrivare alla sua conclusione “naturale”. Non c’è ragione di dubitare che l’aspirazione di Monti, al momento di accettare la candidatura, fosse più alta. Ma anche le speranze di tanti italiani erano  sicuramente maggiori. Proprio per questo sarebbe bene non sottovalutare il fatto che, tenuto delle difficoltà crescenti, la delusione possa aggravarsi pericolosamente fino a produrre situazioni di esasperazione poi difficilmente governabili. D’altra parte bisogna sapere che: più il tempo passa, più i problemi diventano acuti, le soluzioni più difficili, le prospettive più incerte. E questo per milioni di persone può costituire una condizione assolutamente insopportabile.

 

6. Si possono ovviamente capire tutte le difficoltà con cui è quotidianamente costretto a misurarsi il governo Monti. Obbligato a barcamenarsi tra tentazioni interventiste e spazi claustrofobici in cui cerca di relegarlo la sua “maggioranza anomala”. Maggioranza tenuta precariamente assieme tanto dal convincimento che le elezioni anticipate fossero da evitare, che dalla certezza di una mancanza di alternative politiche in questa legislatura. Si tratta di una situazione, guardata con curiosità (e non di rado con diffidenza) all’estero. Ma bisogna dire che essa non è affatto inconsueta o particolarmente bizzarra per l’Italia. Non è infatti assolutamente estranea alla nostra storia politica.

Non a caso, negli oltre sassantacinque anni di Repubblica, abbiamo conosciuto e sperimentato anche le formule politiche e governative più immaginifiche e stravaganti. Basti pensare; ai “governi balneari”; di “tregua”; di “decantazione”, delle “astensioni”; della “non sfiducia”; del “presidente”; del “governo tecnico”; eccetera, eccetera. L’unica consolazione che ne può derivare è la constatazione che, se da un lato la politica italiana manifesta seri limiti  nel governo della cosa pubblica, dall’altro non gli fa certo difetto l’inventiva per le “formule di governo”. Purtroppo però questa creatività non si è mai rivelata risolutiva. Tant’è vero che oggi, sia pure nel quadro di una crisi generale, l’Italia si ritrova in guai maggiori di altri Paesi.

Tornando all’attualità, l’aspetto positivo è che circa i motivi delle nostre sventure, in linea di massima, sembra esserci sufficiente condivisione. In effetti, sul piano specificatamente economico, è abbastanza diffuso il convincimento che a pesare in maniera decisiva siano: la dimensione abnorme del debito pubblico e  l’avvitamento recessivo subentrato ad anni di stasi del Pil. Tuttavia dire, come si sente spesso  nel dibattito pubblico, che per uscire da questa spirale negativa serve la crescita è come dire che per uscire dalla malattia serve la guarigione. Il punto è: cosa si deve fare per tentare di guarire? Purtroppo in proposito la discussione è tanto ampia quanto confusa. Vale quindi la pena di provare almeno a semplificare i termini delle questioni.

 

7. Partiamo dal debito. Non c’è dubbio che quasi duemila miliardi di euro (una volta ed un quarto il prodotto interno lordo) sono un macigno che può trascinarci a fondo. Anzi, può persino trascinare a fondo l’euro. Tant’è vero che il Governatore della Bce Draghi, agli inizi di agosto, ha preannunciato l’intenzione di mettere in campo anche armi non “convenzionali”. Tenuto conto che gli strumenti tradizionali come il taglio dei tassi hanno dimostrato di non funzionare quasi più. Obiettivo: “ristabilire la giusta trasmissione delle decisioni di politica monetaria”. Tradotto in soldoni significa cercare di rimettere ordine in un’Europa dove, malgrado una moneta unica, i tassi di interesse divergono in maniera insopportabile da Paese a Paese.

In proposito i numeri parlano da soli. A fronte di un tasso di riferimento ufficiale uguale per tutti (sceso dal 3,75 per cento allo 0,75 per cento in meno di due anni) i rendimenti dei titoli di stato nazionali hanno divaricato i loro destini. Infatti la Germania  paga l’1,39 per cento per piazzare i suoi decennali. Quindi meno dell’inflazione. L’Italia viaggia invece intorno al 6 per cento, la Spagna al 6,5 per cento, la Grecia al 25,4 per cento. Quello che succede per i titoli di Stato avviene anche per famiglie ed imprese. Tre anni fa il tasso per un finanziamento di un milione ad una azienda  andava: dal 3,3 per cento della Spagna (altri tempi!) al 4,3 per cento della Germania, al 5 per cento dell’Italia. Oggi la forbice è del tutto diversa. Una società tedesca si finanzia al 3,4 per cento, mentre per una italiana o spagnola lo stesso prestito si paga tra il 6 e 6,5 per cento.

La Bce ha fatto quello che potuto (nell’ambito delle regole che presiedono al suo funzionamento) per combattere questo caos monetario. Ha sostenuto i paesi più in difficoltà comprando 211 miliardi di titoli irlandesi, portoghesi, greci, spagnoli ed italiani. Ha poi girato mille miliardi  alle banche, ad un tasso dell’1 per cento, sperando che questo denaro finisse ad imprese e famiglie e contribuisse ad abbassare gli spread. Risultato: qualcosa si è mosso (gli istituti italiani, facendo un affare, hanno comprato 72 miliardi di Btp) ma non i rendimenti dei buoni del Tesoro dei paesi in difficoltà, rimasti ad altissima quota.

Per  cercare di mettere una pezza ad una situazione ormai assolutamente insostenibile le istituzioni europee hanno varato un paio di misure. La prima relativa alla “procedura per gli squilibri macroeconomici”. Dietro la formula esoterica, in buona sostanza, la procedura tende ad evitare che certi Paesi abbiano rapporti di scambio con l’estero eccessivamente in deficit, consentendo di conseguenza ad altri di avere un surplus in continua lievitazione. Ebbene, nell’area euro l’80 per cento del commercio “estero” avviene tra i paesi con la stessa moneta. Dunque il surplus di uno di loro finisce inevitabilmente per essere il deficit di altri. Quando questo squilibrio dura per anni produce un accumulo di disavanzo da una parte ed un corrispondente avanzo dall’altra. La tappa successiva è la deflagrazione che ha già costretto l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo e la Spagna a chiedere aiuto. Questi quattro paesi hanno deficit negli scambi esteri più alto di quello degli Stati Uniti, mentre la Germania ha un surplus doppio rispetto alla Cina (in proporzione al Pil). E’ evidente che questa asimmetria non può durare in eterno. Ma se perdurasse è altrettanto evidente che in eterno non può reggere una moneta unica.

La seconda misura è quella relativa alla istituzione del cosiddetto “fondo salva Stati” o “salva spread”, con 500 miliardi di dotazione. Ma, per ora, la sua entrata in funzione e le condizioni politiche a cui dovrebbe essere subordinato il suo intervento sono ancora avvolte nella nebbia. Questo è quanto. Occorre quindi una buona dose di fede per ritenere che potranno costituire la soluzione per le questioni che stanno facendo barcollare l’Europa e l’euro.

 

8. In tale quadro l’aspetto curioso è leggere la notizia che una buona parte dei conservatori tedeschi stiano protestando con veemenza perché, secondo loro, la Germania starebbe sopportando tutto il peso dei salvataggi dei paesi in difficoltà nell’area euro. Paesi che (qualificati con epiteti vari: corrotti, fannulloni, approfittatori) vorrebbero solo mettere le mani sui soldi del contribuente tedesco per continuare a fare la bella vita. E che, oltre tutto, non dimostrerebbero alcuna intenzione di mettere la testa a posto ed in ordine la propria casa  (fare i compiti, come si dice nel linguaggio allegorico largamente utilizzato negli ultimi tempi) in cambio delle benevole elargizioni che vengono loro concesse.

Il fatto è che questa percezione, peggio ancora se si tratta di convincimento, è falsa per almeno tre ordini di ragioni. Innanzi tutto non si tratta di regali, ma di prestiti. In secondo luogo il contribuente principale alle operazioni di salvataggio (stando ai dati del Fondo Monetario Internazionale) non è la Germania, ma in percentuale sul Pil l’Italia seguita dalla Spagna. Infine, i paesi destinatari dei prestiti stanno compiendo uno sforzo durissimo per aggiustare i loro conti. In tutti questi paesi infatti il saldo primario (cioè la differenza fra entrate e la spesa pubblica, con l’esclusione dei costi del servizio sul debito) è migliorato, dal 2009 ad oggi, fra il 5 ed il 10 per cento del Pil. Il che significa che si sono sottoposti ad una drastica e persino temeraria cura dimagrante.

L’Italia, pur non avendo chiesto fin’ora alcun intervento di sostegno all’Europa, ha fatto persino di più. Se “il fisico le regge”, dovrebbe arrivare infatti ad un surplus primario annuo del 3 per cento. Il più alto fra i Paesi industrializzati dell’Ocse. Malgrado questo, i tassi di interesse che paga sul suo debito pubblico continuano ad aggirarsi pericolosamente intorno al 6 per cento. Il che fa sorgere più di qualche dubbio, oltre che sulle opinioni dei conservatori tedeschi, anche sull’efficacia della terapia imposta dal “Patto fiscale europeo”.

A beneficio di chi se ne fosse dimenticato, è bene ricordare che il “patto fiscale” contiene due regole fondamentali. La prima è il pareggio di bilancio. Che l’Italia ha appena introdotto in Costituzione e che è da intendersi come “strutturale”. Vale a dire al netto degli effetti sul bilancio della crisi recessiva. La seconda è il percorso di rientro del debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo. Ogni anno dovrà infatti scendere di 1/20  della distanza tra il suo livello effettivo (per l’Italia è quasi il 125 per cento) e la soglia “ammessa”  del 60 per cento. Ambedue queste regole nella pratica “fanno” e faranno manovra anche per i governi che verranno dopo quello di Monti. Non c’è quindi molto che possa fare “stare allegri”.

Sia perché il pareggio di bilancio viene perseguito, come è facile constatare, facendo ogni volta stringere la cinghia di qualche buco alla maggioranza della popolazione. Poi perché non è ancora chiaro il percorso e le misure con cui si intende ridurre il debito. L’unica cosa chiara è che non esistono ricette miracolose ed indolori. Perciò la strada si presenta  comunque  in salita. Talmente in salita che fin’ora non si è fatto nulla.

Tuttavia, tagliare il debito pubblico resta fondamentale per almeno due ordini di motivi. In primo luogo perché diminuirebbe il  peso degli interessi. Se infatti il totale del debito dovesse scendere anche solo di 100 miliardi economizzeremmo circa tra i 4,5 ed i 5 miliardi all’anno. Con effetti positivi sul raggiungimento del pareggio di bilancio. In secondo luogo il “mercato” non reclamerebbe probabilmente interessi così alti come ora. Infatti, secondo gli esperti di calcoli in questo campo, un punto di interessi in meno equivale a salvare quasi 20 miliardi all’anno nel lungo periodo. Quindi, indipendentemente dai conservatori tedeschi, il problema per l’Italia costituisce un nodo decisivo.

Probabilmente questa non è l’ultima delle ragioni che spiega perché, negli ultimi mesi, sono fiorite numerose ipotesi di intervento. Uno tra i primi a cimentarsi è stato Pietro  Modiano. Sulla sua scia sono poi seguiti in tanti. Tra gli altri: Bassanini, Amato, Micossi, Edoardo Reviglio, Masera, con un progetto, molto pubblicizzato, che si pone come obiettivo introiti straordinari per 174 miliardi in 5 anni. Il grosso di queste entrate straordinarie dovrebbe essere ottenuto mediante dismissioni sia di immobili, che di aziende di Stato come Poste, Eni, Enel e così via. A prima vista i limiti di questa proposta sono fondamentalmente tre. Il primo è che alcuni introiti sono entrate fiscali. I 17 miliardi che si pensano di ottenere tassando patrimoni (illegali!) nelle banche svizzere sono in buona sostanza: o un “condono”, o un semplice recupero di evasione. Quindi, indipendentemente dalla soluzione che venisse adottata, sempre tributi sono. Che andrebbero perciò utilizzati per implementare politiche di sviluppo. O, meglio ancora, per ridurre la pressione fiscale sul lavoro. La quale, oltre che iniqua, alimenta pure una politica deflazionistica in una situazione di grave recessione. Inoltre si interviene con misure dirigistiche nei confronti delle Casse previdenziali dei professionisti, senza valutarne tutte le conseguenze pratiche. Infine c’è una ipertrofia della Cassa Depositi e Prestiti che diventerebbe lo snodo, il passaggio obbligato, per qualsiasi cosa venisse fatta in Italia. Insomma, verrebbe surrettiziamente trasformata in una nuova Iri. Ma se deve essere ricostituita l’Iri sarebbe bene farlo con una discussione chiara sulle ragioni, i compiti, e così  via. Non in conseguenza di una carambola per una decisione presa ad altro scopo.

Tra le varie proposte formulate ce ne sono anche alcune particolarmente irrealistiche e fantasiose. Come quelle di Alfano e Brunetta. O come quella dell’ex ministro andreottiano Paolo Cirino Pomicino. Il quale, avendo a suo tempo contribuito all’impennata del debito, ha ritenuto suo dovere formulare qualche idea per la sua diminuzione. La sua consiste in una imposta “volontaria” ed incentivata sugli alti redditi.

A sua volta Mario Deaglio suggerisce di  usare  l’oro della banca d’Italia. Perché è il bene patrimoniale più rapidamente disponibile. E’ vero che gli accordi internazionali ci permettono di metterne sul mercato solo piccole quantità ogni anno. Pari all’incirca ad uno-due miliardi di euro. Ma il resto (che non è poco, considerato che nella classifica delle riserve ufficiali d’oro l’Italia occupa il quarto posto) potrebbe essere dato in garanzia di una linea di credito con un ente internazionale, per un pronto intervento in caso di spread troppo alto. Oppure per ricomprare una parte dei titoli di debito dagli interessi più costosi.

Interessante infine la posizione di Paolo Savona che solleva soprattutto un problema di strategia politica. Infatti, constatato che non esiste una guida politica stabile, che non c’è crescita neanche prevedibile, che non esiste uno “scudo” europeo vero, neanche se rinunciassimo alla sovranità fiscale, la sua proposta consiste in un consolidamento (cioè un allungamento) del debito pubblico a condizione ritenute vantaggiose. In buona sostanza un interesse pari all’inflazione ed un piccola percentuale della crescita. Ovviamente nel caso che si riesca a raggiungerla.

Naturalmente è stata prospettata anche una ipotesi da parte del governo. A metà luglio il tema è stata infatti affrontato anche dal ministro dell’economia Grilli. Tenendo d’occhio, secondo le sue stesse dichiarazioni, soprattutto la praticabilità. Secondo il ministro la strada effettivamente percorribile per la riduzione del debito  sarebbe quella di un piano pluriennale di vendite di beni pubblici per 15-20 miliardi all’anno (l’1 per cento del Pil). A questo si deve aggiungere una avanzo primario stabile al 5  per cento del prodotto ed una crescita nominale media annua del 3 per cento. Ovvero l’1 per cento in termini reali, al netto dell’inflazione. Ma già quest’ultimo aspetto, stando almeno alle previsioni per il 2013, appare scarsamente realizzabile. Perché invece di un aumento del Pil ci aspetta una sua nuova contrazione.

In sostanza la discussione c’è. Fin’ora però non è approdata a nulla. Perché come succede quasi sempre in Italia: “la discussione risveglia l’obiezione e tutto finisce nel dubbio”. Poiché però non siamo gli unici che hanno dovuto affrontare il problema di un eccessivo debito pubblico, forse ci potrebbe aiutare sapere come hanno fatto gli altri. Vediamo dunque qualche caso, limitandoci all’Europa. 

Interessante, ad esempio, quanto è avvenuto nei paesi scandinavi. Una quindicina di anni fa, quando si sono trovati alle prese con i fallimenti bancari, il conseguente aumento del debito pubblico ed il peggioramento della situazione economica, hanno reagito in un duplice modo. Primo, con la riduzione dei debiti privati. Secondo, con il calo di quello pubblico. Solo però al riaffacciarsi della crescita. Certo, allora le esportazioni sono state una manna. Ora invece purtroppo languono.

In ogni caso, un aspetto di quell’esperienza merita di essere valutato.  La Svezia non iniziò a tagliare il bilancio pubblico prima che si materializzasse un sostanziale recupero dell’economia. Al contrario la Finlandia, avendo inizialmente scelto l’austerità, ha dovuto poi scontare una pesante recessione. Comunque, nel 96 il debito svedese era il 73 per cento del Pil, nel 2011 è sceso al 38 per cento. Quello finlandese che era  il 57 per cento nel 94 è sceso al 49 per cento l’anno scorso.

Un  altro caso interessante è quello del Belgio. Il Belgio è infatti riuscito a portare il suo debito da quasi il 140 per cento del Pil (venti punti più dell’Italia) al 100 per cento, dopo essere riuscito a farlo scendere addirittura fino all’84 per cento. Come è stato possibile senza uno spappolamento sociale? E’ stato possibile: con una vendita di beni pubblici, compresa parte dell’oro della Banca centrale; con avanzi primari (tenendo cioè la spesa primaria al di sotto del gettito); con una conseguente riduzione dei tassi. Si è in sostanza realizzato un “circolo virtuoso”. I tagli hanno sacrificato spese non ritenute prioritarie. Soprattutto la difesa, ma non welfare ed istruzione. Le tasse sono aumentate fino al 45 per cento. Il livello italiano di oggi. La differenza è che noi, anche a causa degli alti interessi che siamo costretti a pagare, non abbiamo avuto alcun beneficio sul debito. Che, anzi, ha continuato a crescere. Sono state poi sfoltite e ridotte diverse agevolazioni pubbliche, a cominciare da quelle delle imprese. Il Paese ha retto ed ora, malgrado il debito non sia certo irrilevante, gode addirittura di tassi negativi. La domanda quindi è: perché in Belgio si ed in Italia no? Volendo dare una risposta provocatoria si potrebbe dire che il Belgio ha potuto beneficiare del fatto di essere rimasto più di un anno senza governo. Noi questo vantaggio non lo abbiamo avuto e ne stiamo pagando le conseguenze.

Lasciando da parte le facili battute, ed al di là di questo o quell’aspetto specifico della situazione economica che richiederebbe una comparazione sufficientemente accurata, pesa con ogni probabilità il fatto, per dirla con Vito Mancuso (Obbedienza e Libertà, Fazi editore), che purtroppo l’Italia non ha una “religione civile”. E questo è il suo problema più grave. Non a caso è ai primissimi posti in Europa quanto a corruzione ed evasione fiscale. Corruzione ed evasione lacerano il legame comunitario, producendo un diffuso senso di sfiducia e sfilacciamento nel paese ed un’immagine negativa all’estero. Altrove invece, nella maggior parte dei casi, il singolo cerca di comportarsi onestamente verso la società perché in una certa misura la ritiene più importante di lui e perché al contempo vi si identifica. Viceversa in Italia i più ritengono che il singolo sia più importante della società e, per il bene del singolo, non si esita a depredare il bene comune della società. Insomma da noi la logica individuale fa generalmente premio su quella comunitaria. Ecco perché le decisioni sono così difficili da prendere ed una volta faticosamente prese altrettanto difficili da attuare. Sicché i problemi tendono, di conseguenza, ad incancrenirsi.

Resta infine da dire che, malgrado l’impegno e lo sforzo che deve essere messo in campo dai paesi che si ritrovano un debito pubblico abnorme, in assenza di una parallela e convincente soluzione europea non si va da nessuna parte. Perché una moneta unica alla  lunga non regge, se il costo del denaro non diventa a sua volta uguale in tutta l’area in cui è adottata. In quanto le conseguenze diventerebbero dirompenti. Non solo per il costo del servizio del debito, ma per le stesse imprese e le famiglie. Perciò, senza un radicale cambiamento a livello europeo, ci troveremmo in una situazione che non può reggere indefinitamente. Detto altrimenti, persistendo nelle attuali politiche, l’Europa non riuscirà a stare in piedi.

 

9. Speriamo che i leader europei ne siano consapevoli e si dimostrino all’altezza della sfida, se vogliono davvero salvare l’euro e non solo. Purtroppo da quello che si è visto fin’ora non c’è di che stare allegri. In un tale contesto, la posizione dell’Italia è particolarmente allarmante. Perché all’onere del debito unisce una condizione economica che comporta costi  umani e sociali sempre più difficile da sopportare, rendendo le prospettive di fuoriuscita dalla crisi sempre più evanescenti.  

Infatti, gli ultimi dati Istat fanno venire i brividi. A luglio il tasso di disoccupazione ufficiale ha raggiunto  il 10,7 per cento. Ma si tratta appunto del dato ufficiale. A cui andrebbe aggiunta la disoccupazione potenziale e sommersa. Cioè i cassaintegrati senza prospettive di rientro al lavoro e gli scoraggiati. Vale a dire quanti, avendo per lungo tempo ed inutilmente cercato un posto di lavoro,  si sono ormai convinti che per loro non c’è niente da fare. Del resto basta confrontare il tasso di attività italiano con la media europea per rendersi conto di quanto sia estesa l’area dell’esclusione dal lavoro.

In questa situazione, da record è il livello di disoccupazione nella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni che, informa sempre l’Istat, ha superato per la prima volta  la soglia del 35 per cento, arrivando al 35,3. Mentre per quanto riguarda gli “under 35” in cinque anni sono stati persi addirittura un milione e mezzo di posti di lavoro. Ora, se l’economia dovesse continuare a non dare segni di ripresa (la Banca d’Italia stima che a fine anno il Pil scenderà almeno del 2 per cento), con i salari in diminuzione, mentre l’inflazione in agosto ha raggiunto il 3,2 per cento (più 0,4 in un solo mese!) ed i prezzi per la spesa quotidiana sono cresciuti del 4,7 per cento, è difficile immaginare una qualunque ripresa economica e quindi anche inversione del trend occupazionale.

L’aspetto curioso è che, in controtendenza con ciò che indicano i dati, alcuni autorevoli membri del governo in carica hanno dichiarato di riuscire a “vedere la luce in fondo al tunnel”. Si può naturalmente capire che per loro l’ottimismo corrisponda ad una sorta di dovere d’ufficio. Purtroppo per la maggioranza degli italiani il futuro continua invece a rimanere buio. Per tanti addirittura senza speranze. Le ragioni sono note. L’economista Lucrezia Reichlin, interrogata dalla Stampa  (lunedì 20 agosto), ha ricordato il fatto che i dati economici dell’Italia, non solo sono estremamente negativi, ma per di più sono in peggioramento. “l’Italia è – infatti – nel bel mezzo di una seconda prolungata recessione. E’ infatti l’unico paese europeo, assieme alla Grecia, che non è ancora tornato ai livelli pre-crisi. Insomma, c’è un problema italiano che va al di là dell’Europa e con la crisi il problema si è ulteriormente aggravato”.

In effetti le radici del problema italiano erano già attecchite prima dell’ultima crisi. In proposito vale la pena di ricordare preliminarmente che la capacità produttiva di un paese è fatta: di lavoro; di capitali e tecnologie; di imprese che organizzano la produzione; di banche che la finanziano; di formazione e conoscenza; di istituzioni pubbliche che forniscono servizi efficienti e regolano l’insieme delle attività. Ebbene, le analisi di lungo periodo dell’economia italiana (svolte, tra  gli altri, da: Ciocca, Graziani,  Barca, De Cecco, Pianta, Bianchi) ci informano che: il nostro sistema produttivo ha avuto una forte espansione nel dopoguerra; si è inceppato una prima volta nel 63; ha fatto con difficoltà i conti con le crisi  energetiche del 1973 e 1979 e con la conseguente impennata inflazionistica che ha colpito duramente fino alla metà degli anni ottanta. Poi, malgrado il crollo del 1992 (crisi dei conti con l’estero, della lira e del debito pubblico), ha faticosamente cercato l’avvicinamento all’Unione Europea ed alla moneta unica, con: prelievi straordinari, chiusura di imprese decotte, privatizzazioni. Dopo l’arrivo dell’euro, tra la caduta del 2001 e la recessione del 2008-2012 che dura tutt’ora, non è più cresciuto. Tant’è vero che abbiamo esportato poco ed investito pochissimo.

Il dato che riassume questa traiettoria dell’economia italiana è la crescita del prodotto e (del reddito) per abitante. Ebbene, tra il 50 ed il 73, il prodotto pro capite è cresciuto in termini reali del 5 per cento all’anno. Tra il 1973 ed il 1990 è aumentato del 2,6 per cento. Tra il 1990 ed il 2005 la crescita è stata appena dell’1,1 per cento. Negli ultimi anni invece è stata addirittura negativa. Siamo quindi in presenza di un lungo ristagno. Mentre altri paesi europei hanno continuato a crescere. Alcuni anche ad un ritmo sostenuto.

E’ noto che il motore della crescita sta nella produttività del lavoro. Si tratta, in sostanza, del valore di quanto produce in media ciascun lavoratore, utilizzando le tecnologie e l’organizzazione produttiva presenti nell’impresa. Qui il rallentamento è analogo a quello del prodotto pro capite. Ma dopo il 2000 succede qualcosa che non era mai successo prima: la produttività diminuisce. Secondo i dati Ocse (elaborati dall’Urbino Sectorial Database 2012) e proposti da Mario Pianta (Nove su Dieci. Perchè stiamo quasi tutti peggio di 10 anni fa. Editori Laterza) per l’insieme dell’economia la caduta della produttività (tra il 2000 ed il 2009) è dello 0,5 per cento l’anno. Per  l’industria manifatturiera i dati relativi al periodo 2000-2007 fanno registrare una diminuzione dello 0,07 per cento all’anno (mentre tra il 1993 ed il 2000 era cresciuta del 2,7 per cento). Per i servizi la diminuzione è stata addirittura dell’1,4 per cento l’anno. Un crollo dovuto soprattutto all’aumento dell’occupazione precaria che è stato doppio rispetto all’aumento del valore aggiunto (3 per cento contro 1,6 per cento l’anno).

Nello stesso periodo (cioè tra il 2000 ed il 2007) in Germania la produttività dell’industria manifatturiera è invece cresciuta del 3,3 per cento l’anno. Era aumentata del 3,6 per cento tra 1993 ed il 2000. Nei servizi è aumentata dell’1 per cento. Mario Pianta fa osservare che se nel 2000  (prima dell’arrivo dell’euro) la manifattura italiana e quella tedesca avevano livelli analoghi di prodotto per addetto (53 mila contro 55 mila euro l’anno, a prezzi 2000), nel 2007 il livello del nostro paese è lievemente diminuito, mentre quello tedesco è salito a 68 mila euro.  A prezzi costanti, si tratta di un balzo del 25 per cento. E’ in questa diversa dinamica della produttività (tra la Germania assieme ai paesi del Centro-Nord Europa rispetto a quelli dell’Italia e Mediterranei)  che sta la radice della attuale crisi europea. Si tratta di una dinamica che, particolarmente per quanto riguarda l’Italia, ha fondamentalmente la sua origine in alcune debolezze strutturali. In particolare: l’assenza di investimenti; l’insufficiente innovazione; la fragilità della struttura produttiva; le dimensioni troppo piccole delle imprese; la crescita abnorme del precariato che si è sommata alla cronica mancanza di una adeguata formazione professionale.

Il punto ormai chiaro è che, proprio per la sua natura e le sue caratteristiche, la crisi sia in Italia come nel resto dell’Europa non può essere risanata con l’austerità. Per altro, come già ricordato, la crisi è nata negli Stati Uniti. Dove (sulla base dei dati del Fondo Monetario Internazionale) per salvare le banche, dal 2007 al 2011, il debito è stato accresciuto di ben 6.116 miliardi di dollari. Un ammontare pari  alla somma attuale dei debiti complessivi di Francia, Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. L’effetto di propagazione di una tale enorme massa di titoli ha generato nel mondo maggiori debiti per 20.657 miliardi. Poiché nel frattempo il Pil mondiale cresceva di 13.982 miliardi ed i risparmi di soli 3.148 miliardi (avendo deciso di salvaguardare i profitti e nel contempo “socializzare” le perdite prodotte da scriteriate speculazioni finanziarie) si è creato un forte squilibrio tra domanda ed offerta. Questo squilibrio ha innescato la corsa  verso i titoli più affidabili e scaricato la crisi in Europa. Dove alcuni paesi avevano antiche e consistenti situazioni debitorie, di fatto tollerate, ma che ora si stanno rivelando una pesante palla al piede che rischia di mandarli a fondo.

Essendo questo lo scenario c’è un primo aspetto da tenere presente. E’ del tutto evidente che dalla crisi non si esce scommettendo sulle politiche di austerità. Perché mettono inevitabilmente in ginocchio: prima i paesi più indebitati e poi a catena tutti gli altri. Il secondo è che il ricorso a governi “tecnici” serve solo a far passare misure “impopolari” (indipendentemente dalla loro efficacia ed utilità) che i politici,  tanto più in periodi preelettorali, sono indotti a scansare. Ma è assai improbabile che un “governo tecnico” riesca a risolvere il problema del debito, o quello dello sviluppo.

Del resto, i provvedimenti presi e fantasiosamente denominati: Salvaitalia, Crescitalia, Salvaspred, (nomi indicativi del fatto che il responsabile della comunicazione del Governo deve avere maturato la propria esperienza nel settore farmaceutico) per molti hanno avuto il sapore amaro delle medicine, ma in generale (come i dati purtroppo confermano) non hanno assolutamente migliorato il precario stato di salute dell’economia italiana.

 

La descrizione che precede, dei dati illustrativi di quanto sta accadendo sul piano economico e sociale, ci pone quindi di fronte alla domanda cruciale. Se le ricette fin’ora adottate non si sono rivelate efficaci, in che modo si può pensare di farcela ad uscire dalla “crisi”? Una qualche indicazione ce la offre Michel Serres (che insegna Storia della scienza, all’università di Stanford negli Stati Uniti) con il suo “Tempo di crisi” (Bollati Boringhieri editori). Utilizzando il lessico medico egli scrive infatti che “la  crisi descrive  lo stato di un organismo di fronte allo svilupparsi di una malattia, infettiva, nervosa, ematica, cardiaca, fino ad un picco locale e catastrofico che lo mette per intero in pericolo: crisi nervosa, asmatica, apoplettica, epilettica, cardiaca… In questa situazione detta critica, il corpo prende, di nuovo e da sé, una decisione. Superato questo limite esso muore, o si incammina in tutt’altra direzione”. Quindi la crisi comporta biforcazione e scelta. In sostanza, se sopravvive alla crisi il corpo prende un’altra via e riesce a guarire. “Cosa pensare allora di questa guarigione? Che essa non è mai un ritorno all’indietro. Quindi l’espressione ristabilimento della salute è quindi del tutto errata. Non si ripristina infatti lo stato precedente. Perché se si verificasse questo ritorno riprenderebbe, come in un circolo vizioso, un’evoluzione identica verso la crisi. La guarigione indica dunque un “nuovo” stato di salute. Determinato, per così dire, a spese dell’organismo. Perché, in sostanza, la crisi lancia il corpo verso la morte, o verso una novità che essa stessa lo forza ad inventare”.

Poiché, secondo una valutazione pressoché unanime, viviamo indiscutibilmente in una situazione di crisi vera, nel senso forte e medico del termine, dobbiamo sapere che non c’è nessuna reale possibilità di cavarcela con un ritorno all’indietro. Vale a dire ad una qualunque forma di restaurazione delle politiche che l’hanno fatta scoppiare. I termini rilancio o riforma (così di moda  nel lessico politico quotidiano) sono dunque assolutamente fuori luogo. Perché: o si tratta davvero di una crisi e allora non vi può essere “ripresa” (cioè il ritorno alla situazione quo ante), se non al prezzo di un riprodursi ciclico di una condizione destinata a diventare sempre più critica. O, al contrario, il corso solito può riprendere, ma in questo caso non si tratterebbe di una crisi vera. Che invece tutti, anche se con opinioni diverse sui possibili rimedi, non esitiamo a proclamare.

Serres sottolinea quindi l’indispensabilità di un  radicale cambiamento. Ricordando che, per altro, abbiamo già conosciuto una esperienza drammatica nel 1929. Quando una crisi economica fece precipitare il mondo in un disastro. Dal quale riuscì faticosamente ad uscire solo con un  radicale e risolutivo cambiamento di cultura e di politiche. In relazione a ciò egli non manca di sottolineare, con disappunto, che “dinanzi a cambiamenti minimi rispetto ai nostri, i pensatori del XIX secolo avevano promosso dozzine di nuovi programmi politici, utopie e pseudoscienze comprese. Davanti ai nostri sconvolgimenti giganteschi i pensatori contemporanei (o ritenuti tali) hanno invece continuato ad utilizzare lo stesso ricettario. Come se non fosse successo nulla. Tradimento dei chierici!”.

C’è dunque una dimensione della crisi che interpella gli intellettuali. Ma interpella altrettanto severamente la politica. La quale, per mettersi in condizione di fare fronte alle sue responsabilità deve attivare idee e progetti radicalmente nuovi. Allo stesso tempo deve respingere, senza ambiguità, l’idea che la sua funzione sia quella di una contesa smisurata per il potere, e che il valore di un politico si debba misurare essenzialmente sulla sua capacità di imbastire manovre ed alchimie capaci di produrre accrocchi, o imbastire alleanze tattiche. Al contrario, esso si misura sull’impegno a coniugare la moralità dei mezzi alla moralità dei fini. Anche se molti considerano questo impegno ormai “fuori corso”, bisogna dire che solo i devoti della  “politica politicante” lo possono trovare evasivo.

E’ quindi indispensabile che, soprattutto in Italia in vista delle imminenti elezioni, si cerchi di creare le condizioni perché la politica non inaridisca le sue ragioni in una contesa senza verità. Ma assuma invece limpidamente il dovere di collocarsi fuori dalle tentazioni populistiche e dai riti propagandistici per rapportarsi realmente alla vita concreta delle persone ed alle loro crescenti preoccupazioni. E, misurandosi con la complessità dei problemi e dei comportamenti, sappia rendere chiare, comprensibili, esplicite le proposte alternative. Mettendo quindi tutti in condizione di poter giudicare la diversità e la forza persuasiva di ciascuna ed effettuare in tal modo una scelta consapevole circa le conseguenze che ne potrebbero derivare.

Ma perche ciò si possa verificare è indispensabile sgombrare il campo dalle transazioni mediocri, dallo scambio di reciproche convenienze. Malcostume che, sia detto per inciso, ha prodotto il solo risultato possibile. Quello di una complessiva degradazione e di una sempre più ridotta vitalità della società italiana. Oltre tutto è da questa degenerazione, a prescindere dalla amplificazione mediatica, che è nato tutto il devastante e crescente spessore dell’antipolitica. Le cose sono però  arrivate ormai ad un punto tale che non consentono più svicolamenti, reticenze e mistificazioni.

Per ricostruire la speranza bisogna quindi cambiare rotta. E prima che sia troppo tardi.

 

Pierre Carniti

Roma, 4 settembre 2012

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