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Come uscire dal vicolo cieco per riprendere la via dello sviluppo


di Giorgio Benvenuto


La globalizzazione, la concorrenza dei paesi del terzo mondo, la mancanza di riforme, hanno aggravato la situazione economica e sociale del nostro paese. Abbiamo perso tempo prezioso. L’Italia è in condizioni di grande difficoltà. Non riusciamo a risalire la china. Il sali e scendi dello spread è l’evidente testimonianza della nostra fragilità.

Il nuovo Governo ha raccolto un’eredità pesante. Deve fare i conti con un deficit pubblico mostruoso e con un tasso di crescita irrilevante.

Monti ha recuperato molto in termini di credibilità ed autorevolezzaa livello internazionale e nel contesto più ampio delle economie in grande sviluppo (Cina, India, Brasile). Non possiamo però pensare che sia sufficiente. Le decisioni dell’Unione Europea egemonizzata dalla coppia Angela Merkel e Nicolas Sarkozy continuano ad essere sfavorevoli per l’Italia. L’Europa deve cambiare strategia e, soprattutto, deve riavviare lo sviluppo. La scelta degli Eurobond è improcrastinabile. Va gestito in termini organici e non conflittuali il debito pubblico dei singoli paesi.

 

Sono necessarie iniziative politiche che riaprano il discorso sull’unità politica dell’Europa e che realizzino opportune alleanze in occasione delle prossime elezioni politiche in Francia e in Germania.

Da tanto, troppo tempo siamo travolti da ingiunzioni, da adempimenti, da condizioni che ci pone l’Europa. Un paese non può rinunciare alla propria iniziativa politica nel proprio territorio ed in Europa. Non possiamo essere trascinati ad attuare decisioni alle quali non si è partecipato. Va sbloccata l’economia che dalla crescita zero, sta rapidamente precipitando nella recessione.

            Sono stati fatti grandi errori. La crisi greca è stata gestita male e le conseguenze sono state particolarmente pesanti per l’Italia.

            A livello nazionale Monti è stato costretto, per il ricatto dei mercati, ad adottare una serie repentina e contraddittoria di decreti legge che stanno incidendo negativamente sulla vita degli italiani. Ha parlato di equità, di sviluppo, di giovani. Affermazioni condivisibili in via di principio. Peccato che siano rimaste spesso a livello di enunciazione. Perché? E’ presto detto. Monti rifiuta il modello della concertazione; vuole limitare il rapporto con le forze sociali ad una semplice consultazione. Teme di finire nella palude del consociativismo, teme di essere obbligato a forme di indecisionismo, teme di essere condannato all’immobilismo. Le ripetute critiche alla concertazione di Monti sono state inaspettate. Poi abbiamo capito: erano Monti, il Governo dei tecnici che non capivano. La concertazione ha consentito di sconfiggere il terrorismo, di fare la riforma delle pensioni, di entrare in Europa.

Amato, Dini, Prodi, Ciampi l’hanno praticata con risultati positivi e decisivi per il paese. Ciampi ha sempre dato atto alle forze sociali di aver reso possibile il superamento della crisi ed il ritorno del paese allo sviluppo ed alla crescita.

Le misure urgenti prese dal Governo non sono il frutto di un coordinamento; non sono inserite in una strategia definita; appaiono un prodotto affannoso e contraddittorio dell’emergenza.

Le scelte fiscali non introducono elementi di equità. Sono squilibrate. Sono particolarmente pesanti sulle categorie produttive (lavoratori ed imprese). Non aggrediscono i grandi patrimoni. Intaccano solo marginalmente la finanza.

Lo Statuto del Contribuente, la semplificazione, la certezza normativa, l’equità,  non possono essere sacrificati su di un altare che sembra sempre più un patibolo sul quale tasse, balzelli, imposte, addizionali si accaniscono sui poveri cittadini.

 Il Ministro del Lavoro, di cui nessuno sottovaluta la competenza, si muove in solitudine. Non perde l’occasione per mettere le dita negli occhi dei propri interlocutori. Non chiediamo autocritiche, ma domandiamo di non esagerare in autocelebrazioni. Non si può lavorare efficacemente se si è malati di narcisismo, se non si hanno passioni, se si rimane sempre a rimirarsi davanti allo specchio. Sulla riforma delle pensioni non si è cercato l’accordo con i sindacati. Si è agito con l’accetta, senza guardare in faccia nessuno. Il risultato è dinanzi a noi: è esploso il caso di decine di migliaia di lavoratori (chiamati tecnicamente “esodati”) che sono rimasti senza lavoro e senza pensione.

Gli errori di valutazione sono inconcepibili per un governo di tecnici. Non sono accettabili valutazioni fatte ricorrendo alla “nasometria”. I numeri sono numeri. Devono essere la base del confronto politico. Vanno analizzati, spiegati, interpretati per fare scelte utili, meditate, appropriate. Non è stato sempre così. Ci si è spesso limitati a “dare i numeri”.

I problemi si sono aggravati con le norme sul mercato del lavoro. Senza che ce ne fosse bisogno si è aperto un confronto ideologico su di un tema ritenuto non prioritario dai sindacati dei lavoratori e dalle organizzazioni degli imprenditori. E’ stata così definita una proposta di legge prolissa, confusa, equivoca. Si sono riesumate le acrobazie della vecchia politica. Nell’incapacità di trovare una soluzione allora si ricorreva ad equivoche formulazioni che si potevano prestare a una doppia interpretazione. Il risultato era che si elidevano a vicenda.

Ricordo ciò che avvenne all’epoca della riforma della scala mobile, all’inizio degli anni ottanta. Si doveva modifica la struttura del salario, riducendo il peso automatico della scala mobile. Il Presidente del Consiglio dell’epoca Giovanni Spadolini inventò una formula “geniale”:  “le parti si impegnano a modificare la struttura del salario, ivi compresa la scala mobile”. Sembrava tutto risolto. Non era e non fu così. La UIL, la CISL, i socialisti della CGIL, il centrosinistra la interpretarono come riequilibrio tra salario contrattato e salario automatico; la maggioranza della CGIL, del PCI, del MSI, la interpretarono nel senso che la scala mobile doveva rimanere così com’era. Quell’ambiguità portò a concentrare tutta l’attenzione, per oltre dieci anni, su di un istituto inadeguato, dedicando scarsa attenzione ai primi effetti che la globalizzazione determinava in termini di competitività del nostro paese nei confronti di quelli emergenti.

Allora, è tutto compromesso? Direi di no. Siamo in tempo a correggere gli errori. Non ci sono serie alternative. Il vuoto politico è difficile da colmare. Il Parlamento, i partiti, gli enti decentrati sono bloccati: sono chiusi per restauro. Ecco perché la concertazione con le forze sociali va ripresa senza timori di cadere nell’indecisionismo, nell’immobilismo, nel consociativismo. La concertazione riduce gli spazi all’antagonismo, alla conflittualità ideologica; valorizza il ruolo delle forze riformatrici e moderate che nel nostro paese sono in  maggioranza.

Come si può fare un accordo sul mercato del lavoro che è criticato da tutti indistintamente? Come si fa a parlare di “svolta storica” quando non c’è nulla di definito, di trasparente, di acquisito?

Gianni Agnelli, imprenditore dotato di sottile ironia e caustica autoironia, a Luciano Lama, che definiva in modo ridondante l’accordo del 1975 sul punto unico della scala mobile, diceva: “si, caro Lama,  ha ragione, è un accordo storico. Peccato che siamo, in Italia ed in Europa, solo noi due  a pensarlo”.

Le critiche e le puntualizzazioni sin qui fatte non significano il rifiuto delle riforme. Sono necessarie. Non possiamo conservare inalterato un sistema che fa acqua da tutte le parti. Va adeguato il paese alle novità che stanno profondamente modificando le regole dell’economia.

La sfida va raccolta. Le proposte devono essere la base della strategia delle forze sociali. Il Governo deve avere, oltre ad una grande capacità di ascolto, anche la disponibilità a confrontarsi e a ricercare e concordare intese che rafforzino la coesione del paese.

L’obiettivo è lo sviluppo e il lavoro. Le scelte devono essere funzionali a quegli obiettivi.

Le strade da percorrere sono la rivisitazione della legge sulle pensioni che, senza aggravare i costi finali, intervenga sulle pensioni d’oro (è ora che l’INPS torni ad essere un ente che fornisce i dati in maniera trasparente; troppi e ripetuti, a volte sospetti, sono stati gli errori di previsione come quelli sui recuperi degli studi universitari, sul calcolo del servizio militare, sugli esodati).

La politica fiscale va riequilibrata ripartendo meglio il carico fiscale ed utilizzando parte del ricavato dalla lotta all’evasione fiscale per diminuire le tasse a chi ne paga troppe.

Invece di tante inutili ed inique forme di tassazione va introdotta nel nostro paese la patrimoniale sulle grandi ricchezze. Non ci sono giustificazioni. Non è complicato, non è difficile attuarla. Un consiglio. Se non ci riesce l’Agenzia delle Entrate utilizziamo i dati della Banca d’Italia che di recente ha fornito indicazioni precise e documentate al riguardo.

Sul mercato del lavoro, materia principalmente appartenente alla contrattazione tra le parti, vanno individuate soluzioni coraggiose innovando sulla flessibilità in entrata e in uscita. Lo Statuto dei lavoratori è invecchiato. Non va gettato alle ortiche. Ha bisogno di una manutenzione che valorizzi il lavoro, la professionalità, l’impegno, la produttività. Nessuna legge da sola, anche la più perfetta, è  in grado di costruire certezze per i lavoratori e per le imprese. E’ importante che il dialogo tra le forze sociali sia sostenuto e non sostituito dalla legge.

Monti si accorgerà che l’accordo con le forze sociali è più faticoso ma alla fine sicuro nei risultati, mentre quello con il Parlamento è fragile per la debolezza dei partiti che sostengono il Governo tecnico.

Infine due appelli. I sindacati che stanno ritrovando e stanno praticando l’unità d’azione devono tornare ad essere creativi, estrosi, coraggiosi, fantasiosi. E i partiti? Sono fondamentali in una democrazia. Non ci sono alternative. I costi della politica sono necessari. Gli sprechi no! Non è pensabile che si continui a tagliare, a tassare, a chiedere sacrifici ai cittadini e alle imprese senza che la politica faccia analoghe scelte.

I tagli sul finanziamento pubblico dei partiti, sul poltronificio delle municipalizzate, sull’assetto istituzionale, devono essere equivalenti a quelli chiesti al paese. Non possono solo scalfire, devono intaccare. Chiederlo non è né demagogia né qualunquismo. E’ invece la forza della democrazia.

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