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Dal nome Koine'

Koinè è parola greca che esprime un concetto lungo e spesso: quelli che parlano lo stesso linguaggio ed hanno la stessa cultura. Abbiamo scelto questo messaggio perché siamo convinti che la babele delle lingue, da sempre, non porta bene. Specie a chi si vuole interessare del lavoro della gente. Soltanto la certosina e continua ricerca di un lessico comune e di una antologia comune può consentire di affrontare piccole e grandi questioni che attraversano la cultura e la politica del lavoro, inteso nel modo più ampio possibile, in un tempo dove torna a scarseggiare, specie per i giovani, e continua a trasformarsi.


Quindi un luogo aperto, non dogmatico, non elitario, plurale. Un luogo dove possano prevalere la testa e il cuore delle persone, mai la loro pancia. Un luogo di libertà, alimentato dalla buona volontà e dall’amicizia o quanto meno dalla curiosità. Un luogo, infine, dove passato e futuro non facciano a cazzotti, ma si rispettino senza scadere nel conservatorismo, per cui può capitare che i diritti si trasformino in privilegi o affannandosi in fughe in avanti, spesso improduttive di speranze.
Vogliamo, così, contribuire a far avanzare le idee ma che siano accompagnate da quel tanto di consenso che non le releghino al rango delle belle lettere, del “vorrei ma non vogliono”, della bandiera che però non sventola nel posto giusto per affermarsi. Per questo, sappiamo che occorre uno sforzo di lunga lena, da assicurare con una dose di autonomia molto grande. Non siamo, come si vedrà da questo Convegno, sospesi nel vuoto intellettuale e politico. Ma chi vorrà scrutare chi sta dietro di noi, per chi tiriamo la volata, lo potrà fare, ma perderà tempo.
E’ soltanto il senso civico di ciascuno dei promotori dell’Associazione che ha favorito questo passo. Dare una mano per guardare al futuro senza angosce, senza sgomento, ma con fiducia nella capacità della gente che, come disse Tarantelli, “capisce sempre”. E questa volontà di darsi da fare, inclusivamente, spero che sproni molti e faccia lievitare l’Associazione in termini di impegno attivo e diffuso, perché la sua sopravvivenza dipende soltanto da tanta partecipazione.

D’altra parte, il momento è di quelli che non stimolano lo stare in pantofole. In gioco c’è il complesso rapporto tra sovranità, democrazia, sviluppo. Nel mondo e in Italia. Questo rapporto deve trovare un nuovo equilibrio e finché non si troverà, nessuno potrà avere certezze. Ma questa sfida diventa sciagura soltanto se a prevalere è l’insipienza, la meschinità, l’arroganza, la visione corta delle vicende politiche ed umane. “Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione”. Alcide De Gasperi appare un gigante al confronto con la classe politica, soprattutto quella attualmente al potere.
Di questo e delle necessarie scelte, non sempre popolari e consolatorie – come ci ricorda Napolitano - ci occuperemo in questa giornata di riflessioni a più voci. Né mancano riferimenti da cui partire. Nella politica economica del Governo italiano c’è una costante riluttanza alle scelte “pesanti”, quelle che rendono l’idea del momento che si sta attraversando. Come se la crisi globale fosse più problema degli altri che nostro, che bastasse resistere con aggiustamenti fatti più per la pressione esterna che per volontà interna. Ovvero predisponendo, come si è fatto con la nota lettera all’Europa, un pacchetto di riforme abborracciate ed aleatorie che ci hanno fatto finire sotto sorveglianza dalle istituzioni europee ed internazionali.
Ma ciò che più impressiona è l’assoluta mancanza di un’idea di società che l’insieme delle manovre, da luglio ad oggi, incorpora. Non è quella della società parsimoniosa, perché la parola sacrifici è bandita dal linguaggio di chi governa. Non è quella della società laboriosa, perché si disinteressa assolutamente del destino produttivo del Paese. Non è neanche quella della società del benessere, perché se calano lavoro e risparmi, è il malessere a crescere. Infine, avevamo l’orgoglio di essere una società coesa e tendenzialmente inclusiva; con quello che si è programmato in termini di riduzione dei servizi alle persone e alle imprese, tra i fragorosi malumori sopratutto dei sindaci e dei governatori, si è intaccata anche questa peculiarità.
A questa idea di società bisogna ritornare, nel più breve tempo possibile. L’ubriacatura liberista, con il suo corollario individualistico, ha inquinato non soltanto la globalizzazione, ma la cultura prevalente nel mondo. Ora il suo successo volge al termine, un po’ dovunque. L’alternativa è soltanto in una rivalutazione della solidarietà e della giustizia sociale. Per questo occorre da un lato il rafforzamento delle istituzioni internazionali e dei loro strumenti di controllo e di intervento per riequilibrare i poteri finanziari globalizzanti. E in questo complesso ridisegno non deve nemmeno sfiorare per un momento il dubbio sulla nostra collocazione europeista. Dall’altro, uno Stato che ridefinisca – perché va ridefinito e non risolto con aggiunte o sottrazioni, specie per quanto riguarda il welfare - ciò che è “bene comune” e ciò che va alla sussidiarietà, in modo tale che, come dice mons. Bettazzi, le persone possano sentire il primo come “bene personale” (Vescovo e laico?, EDB, 2010).

La società coesa e inclusiva non è contro il mercato, ma contro il marcio che se lo mangia. E’ come con la politica; la gente si indigna contro i privilegi e le fossilizzazioni, non per anarchismo. Il movimento Occupy Wall Street ha amplificato il binomio sviluppo-uguaglianza e se non ci fossero stati gli scontri, causati dai black bloc a Roma, si sarebbero potuto dire le stesse cose per i manifestanti italiani. Quel binomio ha il lavoro come fulcro di animazione, ha la fame di dignità, di parità uomo-donna, di normalità che lo alimenta.
Tutto si può discutere, niente può essere imposto, né puramente conservato al di là di ogni ragione. Ci vuole consenso e visione lunga dei processi. Il riduzionismo economico, che pure affascina tanti ministri di questo Governo, per dirla con Amartya Sen ,“con la sua attraente semplicità può sviare l’attenzione da alcune importanti interrelazioni che necessitano una piena comprensione” (La povertà genera violenza?, Il Sole 24 Ore, 2007). E rifondare la società sull’idea che i soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro, quello vero, quello duro, quello impegnativo ma anche quello professionale, quello creativo, quello soddisfacente, vuol dire porre le basi per una società più giusta, più uguale.
Ci aspettano anni difficili, complessi, di profonda trasformazione sociale ed economica. Ho nelle orecchie e sotto gli occhi il viatico di Edmondo Berselli: “Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Ma dovremo farci l’abitudine”. (L’economia giusta, Giulio Einaudi Editore, 2010). Proprio per questo, è necessaria una cornice di uguaglianza per non produrre squilibri sociali e politici. La cultura economica e sociale è chiamata a dare il meglio di sé. “Think different” proclamò il tecno-visionario Steve Jobs e fece di Apple un’icona per le giovani generazioni. Non è impossibile tentare un nuovo assetto dell’economia. E’ vero che il contesto era differente, ma negli anni settanta si è avuto il periodo di maggiore crescita della produzione (oltre il 3% annuo), un debito pubblico al 51% del Pil e una distribuzione della ricchezza meno squilibrata di ora. E’ successo che con una più accorta uguaglianza si è avuto uno sviluppo corposo. Ora, forse, è più complicato, ma più necessario. Anche per questo la nostra iniziativa ha il senso di un impegno etico.
Cercheremo di svolgerlo senza flagellarci e senza considerarci l’ombelico del mondo. Cercheremo di fare la nostra parte con spirito di servizio e con la leggerezza propria di chi fa le cose spassionatamente. Anzi, ascoltando l’ammonimento di Hemingway: “l’entusiasmo è una cosa piuttosto rara e poca gente ce l’ha per molto tempo. Bisognerebbe anche stare attenti a non confonderlo con l’esibizionismo” (Sotto il crinale e altri racconti, Arnoldo Mondadori Editore, 1972). Scorrete i nomi dei promotori dell’iniziativa e dite se corriamo qualche rischio.
Roma, 10 novembre 2011

 

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