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Lavorare di più e meglio

di Giacomo Vaciago

Anzitutto, servirebbe una diagnosi condivisa dei nostri maggiori problemi e un
Governo che si occupi solo di quelli, senza spaventare i cittadini: nei paesi civili, la
politica si occupa solo di problemi risolvibili. Dire alla gente che è in arrivo un
Armageddon; o che siamo sul Titanic e ci sono iceberg in giro nella nebbia; o che c’è
un rischio terrorismo….., insomma spaventare i cittadini serve solo ad aggravarli i
problemi. Ed è quello che in questo difficilissimo 2011 abbiamo visto in numerosi
Paesi, anche con Governi che sembrano più seri del nostro.

Proviamo allora ad occuparci della diagnosi dei problemi del Paese che
ovviamente non riguardano solo il passato (quello ormai andrebbe affidato agli storici e
non ai politici), ma soprattutto il futuro. Vogliamo tornare a crescere, come dovrebbe
fare un moderno paese industriale, soprattutto perché i nostri giovani vivano meglio dei
loro padri, che è quanto è accaduto in Italia in media per un secolo, e che è quanto
chiamiamo “sviluppo economico e sociale”? E’ stato vero per un secolo, ma non è più
vero da quindici anni. Questo è lo scherzo che abbiamo fatto ai nostri figli e nipoti: gli
lasciamo da pagare una montagna di debito “inutile”, senza garantirgli quella crescita
che è l’unica cosa grazie alla quale un gran debito può essere sopportabile.

Dunque la prima cosa di cui dovrebbe occuparsi la politica è di cosa fare “per
tornare a crescere”. Così intitolava le sue prime Considerazioni Finali, il 31 maggio
2006, Mario Draghi, e da allora -più volte all’anno – tutta la Banca d’Italia ha insistito
soprattutto su questi temi1. Noi accademici l’abbiamo fatto in modo discontinuo e
diseguale: avevamo iniziato un bel dibattito sulla rivista il Mulino dieci anni fa (vi aveva
contribuito anche Ignazio Visco, non a caso oggi Governatore di Banca d’Italia), e poi
ci siamo distratti. Le categorie professionali, anche loro, l’hanno fatto in modo
discontinuo. Confindustria l’ha fatto più volte, e così il suo quotidiano “Il Sole 24 ore”,

1 A dire il vero, la preoccupazione sulla mancata crescita dell’Italia -e la causa principale individuata nel
ritardo nell’adozione delle nuove tecnologie -già caratterizzava le analisi di Banca d’Italia prima
dell’arrivo di Draghi a fine 2005.


ma con crescente intensità e allarme solo dall’ultimo 6 maggio (Stati Generali a
Bergamo).

Ormai da sei mesi, si discute di crescita anche nei palazzi della politica:
l’emergenza finanziaria aggravata dalla perdita di credibilità (troppe promesse non
mantenute sono dannose!) ci ha ricordato che senza crescita un paese con molto
debito è alla mercé delle paure dei mercati finanziari. Ma anche se leggete l’ultimo
testo con cui il Presidente del Consiglio si è presentato al Consiglio Europeo lo scorso
26 ottobre, vedete che una diagnosi non c’è. Non esiste neppure la possibilità teorica
che il Governo chieda a opposizione e parti sociali di condividere una strategia volta a
risolvere problemi che non si sa quali siano.

Un Paese immobile

Proviamo allora a ricordare, in estrema sintesi, cosa è avvenuto. A metà anni
’90, si diffonde in tutto il mondo una nuova tecnologia – in seguito alla rivoluzione ICT e
connessa www – grazie alla quale la produttività può aumentare di molto, anche nei
servizi. L’Italia è l’unico paese industriale in cui avviene il contrario: la produttività
complessiva si riduce. Perché? Nel successivo dibattito, molte sono state le
spiegazioni. Da chi ha subito detto: è l’ISTAT che si sbaglia, non sapendo ben
distinguere guadagni di qualità e di quantità. A chi ha detto: l’industria italiana si
difende producendo cose diverse; a chi ha detto che le imprese italiane sono troppo
piccole, a chi ha dato la colpa alla Cina; a chi ha dato la colpa all’Euro; e così via.
Ciascuna di queste interpretazioni presenta due problemi: può spiegare solo una parte
di quanto avvenuto; non indica facili rimedi. Meglio tornare a considerare cosa ci
accomuna, visto che il declino della produttività totale è anzitutto da spiegare con
problemi che un po’ tutti verifichiamo ogni giorno.

E cos’è che tutti i giorni ciascuno di noi sperimenta? Che la nuova tecnologia
ICT si è aggiunta alle vecchie senza sostituirle. Lavoriamo di più a parità di prodotto: il
contrario di ciò che avviene da quando abbiamo avuto la rivoluzione industriale. Faccio
un esempio concreto: dai miei studenti ricevo sempre più mail ma fuori dalla porta ci
sono sempre ogni settimana quei 10 che vogliono consegnarmi a mano il loro lavoro di
tesi. Ma pensate agli 8000 Comuni italiani che hanno tutti un bellissimo sito-vetrina, e
poi costruiscono nuovi palazzi uffici per garantire le stesse code di cittadini fuori dalla
porta. Mentre le migliori aziende, anche in Italia2, introducono il tele-lavoro; noi ci

2 Vedi mio articolo su Libertà 11/10/11.


vantiamo che abbiamo fatto tornare in ufficio quelli che stando al bar non davano
fastidio a nessuno o come dichiara il Ministro Bossi: “Spostiamo uffici dei Ministeri a
Monza così gli imprenditori padani possono fare la coda vicino a casa, senza dover
andare a Roma!”

Se la nuova tecnologia invece di essere un nuovo, più efficiente, modo di
produrre diventa un prodotto in più, è chiaro che l’efficienza complessiva del Paese
non cresce, anzi. Inoltre, poiché i vantaggi di una rete sono tipicamente una esternalità

– i benefici di ciascuno dipendendo dalla compresenza di tutti gli altri – è chiaro perché
i ritardi sistemici frenano anche i migliori, i quali sono indotti ad andarsene altrove.
Ecco perché da anni, aumenta molto di più la produzione delle imprese italiane che la
loro produzione in Italia: facciamo crescere il PIL del mondo più che il nostro.
Se questa diagnosi è condivisa, ci sono due ovvi rimedi affinché il Paese torni
a crescere. Ovvi, ma non facili, e che non si realizzeranno certo in poco tempo, ma
come sempre si dice in questi casi, ciò che conta è avere le idee chiare e iniziare.
I rimedi sono:
1) rendere il Paese “attraente”: se il nostro meglio cresce altrove; l’altrui meglio deve

venire a investire qui.
2) rimuovere il tappo che impedisce all’ultima rivoluzione tecnologica di diventare
prevalente in tutto il Paese.

A ben guardare, questi due rimedi bastano se riusciamo a far valere tre condizioni:
legalità, concorrenza, innovazione.

Senza legalità non c’è crescita

La diffusa illegalità che si realizza con molto “lavoro nero”, tanta evasione
fiscale, ed un grande uso di banconote, non è certo una novità in Italia. Non ho
elementi per affermare che la situazione sia molto peggiorata negli ultimi anni. La mia
tesi è un’altra, e cioè l’aumentato rilievo negativo che la illegalità diffusa presenta, da
quando la qualità del mercato – per avere i benefici dell’Euro – e la trasparenza – per
avere i benefici della rivoluzione ICT – sono diventati più importanti. E’ la illegalità che
ci impedisce di avere la modernità ed i suoi benefici di maggiore efficienza e crescita.

Il paradosso è che siamo andati in direzione opposta, e il tema della legalità è
stato sempre più posto ai margini del dibattito politico. Ricordo l’allarme di Giovanni
Paolo II a Napoli il 10 novembre 1990: “urge un ricupero di legalità”, e il successivo
lavoro della Commissione ecclesiale “Giustizia e pace”, che porta al testo: “Educare
alla legalità”, pubblicato il 4 ottobre 1991 (festa di S. Francesco d’Assisi, patrono


d’Italia). E’ un appello ai cristiani e agli uomini di buona volontà per tornare alla cultura
della Legge3. Ma l’abbiamo sempre saputo che “Settimo, non rubare” è un
comandamento il cui rispetto è fondamentale4 per la qualità di un’economia di mercato.
Solo più di recente abbiamo riscoperto che “Legalità è crescita”5. E quindi la necessità
di “un serrato controllo di legalità sugli enti locali”6.

Da un lato, le riforme ancora necessarie per tornare a crescere sono le stesse
che dobbiamo fare per avere i benefici dell’Euro. L’Euro è la crescita promessa,….se la
vogliamo. Dall’altro lato, è chiaro che se continuiamo ad avere la diffusa illegalità che
oggi è tipica di molti paesi emergenti, non riusciremo a restare un moderno paese
industriale adottando le appropriate tecnologie ICT, che è quanto serve sia per avere
gli altrui guadagni di produttività sia per essere un paese attraente degli altrui
investimenti.

Se ricordiamo che grazie all’Euro doveva migliorare la qualità del “mercato
unico” europeo – e il Rapporto Monti (2010) ci ha invece dimostrato quanto ancora
manchi di quel progetto – vediamo che da parte nostra siamo ancora ben lontani da
quanto servirebbe per trarre beneficio dell’ultima rivoluzione tecnologica di sistema.
D’altra parte, come già osservato, è evidente la grande sovrapposizione che esiste tra
le condizioni necessarie per trarre beneficio dall’Euro e quelle che servono ad
accrescere il potenziale di crescita dell’economia italiana.

Ricordate la seguente indicazione?: “Dovrebbe essere adottata una accurata
revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti,
stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche
attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle
risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi”. E’ ovviamente un passaggio
importante della Lettera che ci hanno scritto il 5 agosto scorso Trichet e Draghi. Non mi
sembra una indicazione per “licenziamenti facili”. Né, tanto meno, una proposta di
“macelleria sociale”.

Ma è anche vero che la mobilità del lavoro (tra aziende, tra settori, tra Paesi) è
la prima delle condizioni utili per avere i benefici dell’Euro anche in presenza di shock

3 Solo di recente Marco Garzonio, sul Corriere della Sera del 18 ottobre 2011, ha ritenuto necessario
ricordarlo ai cattolici che volessero tornare a occuparsi di politica.
4 Vedi l’ampia ricerca di Paolo Prodi sul tema, di cui alla mia recensione Tra potere e mercato c’è anche il
peccato: chi sbaglia di più?, Nuova Informazione Bibliografica, luglio-settembre 2009.
5 Mia nota sul Blog Integrità della sspa, 4 marzo 2011.
6 Come scrive Mario Draghi nelle sue ultime “Considerazioni Finali” (31 maggio 2011), alla pag. 11. Vedi
anche il mio La politica che si nutre di rendite, il Sole 24 ore, 28 luglio 2011.



asimmetrici. Può far comodo usare la Bce (o l’Euro) come capro espiatorio, ma poi non
stupiamoci se il Paese non cresce e dell’Euro abbiamo più i costi che i benefici.

Concorrenza e innovazione

La nostra è dunque un’economia avanzata che da anni cresce sempre meno:
non ha saputo7 approfittare di tante novità che favorivano una crescita molto maggiore.
A quali condizioni, oggi si riesce a ripartire? La risposta è facile in teoria, un po’ meno
in pratica. Stiamo infatti ancora cercando di moderare gli eccessi della competizione
che abbiamo visto nell’esplosione delle transazioni finanziarie, dove per anni si è
ragionato che ogni aumento delle transazioni sui mercati migliorava il contenuto
informativo dei prezzi ed era perciò desiderabile.

L’opinione opposta è che la qualità della vita dei cittadini migliori di più con
innovazioni come il bancomat ed il telepass. L’innovazione rappresentata da strumenti
finanziari che possono risultare tossici arricchisce infatti gli interessati, ma non
necessariamente il prossimo. Di qui, il tentativo della Commissione Barroso di ottenere
il consenso di Londra e New York ad una “Tobin tax” che riduca un po’ gli eccessi dei
mercati.

Ma non è solo questione di ridurre gli eccessi della finanza; è ancora
necessario aumentare la concorrenza in tanti settori “protetti” dei servizi, privati e
pubblici. La strada maestra per impiantare l’innovazione nell’economia è sempre la
concorrenza, che è data da buone regole, rispettate e fatte rispettare. Più in generale
la superiorità di un’economia di mercato, in termini di efficienza e di equità, dipende
soprattutto dal fatto che il mercato sia buono, cioè presenti poche e buone regole –
certe, rispettate, e fatte rispettare. Altrimenti, può succedere – come s’è già visto tante
volte – che si proclami come verità assoluta che “il mercato ha sempre ragione”, e poi
si scopra che il mercato in questione neppure c’era, oppure era di pessima qualità.

Conclusioni

Come è noto, il Paese è in decadenza da anni, cioè la mancata crescita ha
aggravato i problemi di equità, di coesione sociale e financo di convivenza civile.
Dovremmo tutti, mentre cerchiamo di far ripartire la crescita, darci regole di civiltà, per
evitare di aggravarli quei problemi. E quindi evitare i toni eccessivi; gridare “al fuoco al

7 Questa diagnosi è stata ripetuta tante volte, e da molti anni, dal nuovo governatore della Banca d’Italia

– Vedi I. Visco, Perché non si può crescere senza ricerca, Il Mulino, 1/2003; e I. Visco, E’ veramente in
declino l’economia italiana?, Aspenia, 21/2003. In altre parole, è qualcosa che sappiamo da 10 anni:
qualcuno se ne è accorto nei nostri (tanti) partiti politici?

fuoco” solo perché la gente abbia paura e così ottieni una qualche presenza sui media;
cercare sempre prima ciò che unisce e non ciò che divide; evitare di dichiarare scioperi
generali solo per reagire a parole in libertà.

Va da sé che le buone maniere sono utili, ma non bastano. Servirebbe molto di
più ed io credo che sia anzitutto indispensabile una diagnosi condivisa sui nostri
maggiori problemi. Se si accetta che il più grave dei problemi è la mancata crescita
della produttività complessiva; e che ciò ha già determinato un catch-up potenziale
dell’ordine del 30%, questa è la dimensione del possibile recupero da ottenere con la
ripresa della crescita. E’ quanto abbiamo già osservato in passato: una volta che le
condizioni del recupero fossero predisposte, la vitalità della nostra economia ha saputo
produrre i risultati possibili.


Allegato 1




Allegato 2

Legalità è crescita
Giacomo Vaciago

La mancata crescita dell’economia italiana negli ultimi 15 anni è ancora da
spiegare in modo convincente e condiviso. Le possibili interpretazioni non mancano. La
mia – che ripeto da anni – è la seguente: non cresciamo perché non siamo un “paese
attraente”. Per esserlo ci vorrebbero soprattutto tre cose: 1) credere nella “sovranità
della legge”; 2) pagare le tasse dovute; 3) avere una pubblica amministrazione leggera,
efficiente, e onesta. Come si vede, le tre cose sono legate: siamo un paese troppo caro
perché venga a investire qui da noi chi è abituato alla legalità-con-rispetto-delle-regole
di una buona economia di mercato.

L’Italia non cresce, pur essendovi presenti tante buone imprese, perché queste
crescono altrove. Sono cresciute in Romania, per ridurre i costi. Poi sono cresciute nel
resto dell’Europa, perché stavamo diventando europei. Infine, dagli anni 2000 nei paesi
emergenti, perché è lì che cresce di più la domanda. Se le tante nostre buone imprese,
dalle macchine utensili alla moda, crescono ovunque meno che in Italia (dove peraltro
conservano radici e funzioni importanti), è chiaro che occorre impegnarsi perché il
Paese diventi molto più attraente: non riceviamo abbastanza FDI (investimenti diretti
esteri)

Se la diagnosi è condivisa, la strategia per porvi rimedio è complessa, ma non
impossibile. E significa anzitutto avvalersi in pieno delle moderne tecnologie attraverso
le quali trasparenza e legalità coincidono, e portano con sé significativi guadagni di
produttività. Faccio un esempio concreto. Abbiamo 8.000 Comuni e tutti hanno un loro
sito web dove chiunque può vedere come opera l’Amministrazione. In tutti i casi, il sito
è anzitutto la vetrina dove sono esposte le funzioni, le attività, i servizi, e così via.
Inoltre, è anche ufficio, per tutte quelle “pratiche” che richiedono l’osservanza di
specifiche regole. In proposito è chiaro che l’efficienza sarà tanto maggiore quanto più
sarà possibile fare ogni cosa con lo strumento elettronico, evitando il traffico (e
l’inquinamento…non solo atmosferico!) che comporta il doversi recare di persona negli
uffici per “seguire una pratica”.

E’ ovvio che questo modo di fare trasparente è tanto più necessario nei casi
dove maggiore è il rischio della corruzione. Penso agli appalti; ai concorsi; ed alle
varianti urbanistiche come tre esempi, ovvii a chiunque, dove la trasparenza è


indispensabile per avere efficienza-legalità-crescita. In proposito, ho sperimentato di
persona, nella mia qualità di ex-Sindaco e consigliere comunale di Piacenza quanto sia
difficile ottenere che siano sempre seguite procedure oneste e trasparenti. Quando si
fa un concorso per un progetto importante, i curricula di chi fa parte della Commissione
giudicatrice sono pubblicati sul sito del Comune. Quando si fa una variante urbanistica
importante, che aumenta il valore di un immobile per diversi milioni di Euro, e gli uffici
della Provincia obiettano che ciò viola la legge, sia il testo della Provincia sia le
controdeduzioni del Comune sono pubblicati sul sito. E così via.

Nulla di tutto ciò è avvenuto nell’ultimo anno in quel di Piacenza! Alla fine, il
cittadino dovrebbe poter giudicare. Ma i verbali del Consiglio Comunale non sono a
tutti accessibili, perché anch’essi non sono caricati sul sito!

Quanti anni ci vorranno per essere migliori e tornare a crescere?


Allegato 3


Tra potere e mercato c’è anche il peccato: chi sbaglia di più?
Giacomo Vaciago

L’ odierna crisi finanziaria ed economica dà attualità ad un problema che la
riflessione teorica e l’azione politica affrontano da secoli, seppure in modi diversi nelle
diverse società in cui si è organizzato il mondo. Il problema è quello dei rapporti,
diremmo oggi, tra “Stato” e “mercato”, o come si sarebbe detto una volta tra potere
politico e potere economico, tra democrazia ed economia. Solo qualche anno fa, un po’
in tutto il mondo, l’area della politica si andava riducendo a beneficio dell’area del
mercato, essendo in corso un gigantesco processo di privatizzazioni cum
liberalizzazioni. Ma qualcosa (a dire il vero, molta cosa) è andata storta e quindi il
pendolo sta rapidamente tornando indietro: il bastone del comando (e il denaro dei
contribuenti!!) è di nuovo saldamente in mano al potere politico che lo sta usando per
porre rimedio agli errori prima commessi. Da chi? E’ credibile la storia che viene
spesso raccontata che gli errori fossero tutti da una parte, cioè dal lato del potere
economico (anche detto mercato) e non magari, almeno un po’, dal lato del potere
politico stesso, oggi chiamato a correggere precedenti errori nelle regole e nelle
politiche?

Ci aiuta a capire la possibile risposta l’ampia ricerca di Paolo Prodi (Settimo non
rubare. Furto e mercato nella storia dell’Occidente, il Mulino, Bologna, 2009) che
termina con un breve capitolo sulle vicende attuali, ma parte da una riflessione ampia e
profonda dei rapporti tra religione, politica, ed economia usando come chiave
d’interpretazione di quei rapporti il concetto di furto, che è allo stesso tempo – ma non
sempre nello stesso modo – un errore, un peccato ed un reato. Diciamo che da un libro
come questo, se si ha la pazienza di leggerne tutte le 400 pagine, si imparano tante
cose e si ricavano tanti stimoli a ulteriori riflessioni. Per Paolo Prodi, si completa così
una ambiziosa trilogia che 20 anni fa aveva affrontato il problema del potere, dieci anni
fa quello della giustizia, e oggi quello dell’economia. E’ lo stesso forum, come
succedeva nel foro romano, in cui si esercita il potere politico, si trattano
le cause, e si concludono i negozi. Prodi è interessato a chiarire come sia evoluto nella
storia dell’occidente – e come sia cambiato con l’avvento della società moderna – il
rapporto tra quei tre modi d‘essere della comunità. Il furto non è l’unico, ma certo è un


emblematico tratto comune a quei tre momenti: è un peccato, è un reato, ed è contro la
logica del mercato.

Un libro di storia come quello di Prodi è utile per correggere, completandola,
tanta analisi economica che negli anni scorsi è riuscita a “spiegare” (si fa per dire)
problemi economici in cui gli individui erano sostituiti da numeri e le loro idee da lettere
dell’alfabeto. Quella teoria economica ha qualche problema oggi a capire chi–hacommesso-
quali-errori; ma la storia ci aiuta a comprendere i processi secondo i quali
l’economia evolve e quindi serve anche a capire dove si sia sbagliato, se si vuole
evitare la banalità di invocare come unica colpa l’avidità umana o la mancanza di etica:
non è con l’uso delle costanti che si spiegano i cambiamenti…….

C’è tuttavia un importante aspetto che nella storia di Prodi non è mai presente,
e che invece non dovrebbe essere così tanto sottovalutato in un’analisi che ha pur
sempre il mercato come luogo e soggetto centrale delle decisioni economiche.

Ciò che vorrei sottolineare è che risulta riduttivo considerare il mercato solo
come forum o come espressione del potere economico – questi essendo i due concetti
di mercato approfonditi nel libro di Prodi. Per la teoria economica (preferisco evitare il
riferimento alla categoria degli “economisti” che nell’odierna contesa politica italiana
sono diventati sinonimo di “ignoranti”) il mercato è anzitutto il modo – a volte imperfetto
e/o incompleto – con il quale si manifesta la “sovranità del consumatore”. Da Adam
Smith (1776) in poi, la capacità di un’economia di accrescere la sua ricchezza è
spiegata dall’ampliarsi del ruolo (dimensione e qualità) del mercato. In realtà, tutti i
teoremi che conosco (e insegno ai mie studenti) sottolineano soprattutto le numerose –
e molto stringenti – condizioni che devono essere soddisfatte affinché l’equilibrio che
nel lungo periodo si formerebbe sul mercato sia anche un ottimo non facilmente
migliorabile (né da parte degli operatori stessi, né da parte di un benefico Governo, se
mai ne esistesse uno, … come da anni ben sottolineato da Joseph Stiglitz).

La massimizzazione del profitto – che è la principale molla che spiega il
comportamento di chi produce qualcosa e lo porta al mercato – è benefica per tutti (e
non dovrebbe essere oggetto di invidia, né subire i danni dei furti) solo se il “giudice”
che alloca il necessario potere d’acquisto è un consumatore libero e informato, capace
di valutare e scegliere, nel rispetto di valori costituzionali (come è sulla carta, nel caso
dell’Italia) che definiscono una società di cui merita essere membri. Non è neppure
necessario sottolineare che l’economia di mercato dovrebbe essere anche “sociale”,
come hanno scritto i tedeschi nella loro Costituzione: basta ciò che, più di due secoli fa,
scriveva Adam Smith. Salvo aggiungere che tutte queste cose, pur importanti, sono più


facili a dirsi che a farsi. Abbiamo visto in questi anni tante scorciatoie che si sono
rivelate illusorie, nel tentativo di risolvere – aggirandoli – i problemi che devono essere,
ogni giorno, affrontati per cercare di avere una “buona” economia di mercato. Ne cito
due che sono più vicine allo spirito critico della ricerca di Paolo Prodi, anche se non è il
furto la loro chiave interpretativa principale.

La prima scorciatoia è stata quella di ritenere, negli ultimi vent’anni, un po’ in
tutto il mondo, che la competizione, cioè l’aumentata pressione competitiva e tutto ciò
che l’accompagna, fosse sufficiente a risolvere i problemi di qualità dell’economia di
mercato, facendo sì che questa si completasse per i mercati ancora assenti, e
rendendo esauriente (e simmetrica) l’informazione disponibile al consumatore.

Peccato che quella fosse solo una grande illusione, destinata prima o poi a
terminare. La dimensione del mercato è infatti cresciuta a spese della sua qualità, e
questa intrinseca fragilità ne ha determinato la crisi grave che stiamo vivendo. A
conferma che le scorciatoie sono a volte utili, ma spesso anche pericolose.

La seconda, del tutto diversa, scorciatoia l’ho vissuta in prima persona alla fine
del 2007 – inizio 2008, quando per alcuni mesi ho fatto parte, essendovi stato eletto,
dell’Assemblea Costituente del nuovo Partito Democratico. L’anticipata fine della
legislatura, nella primavera del 2008, ha strangolato nella culla il nascituro, impedendo
che i suoi documenti progettuali fossero valutati con la dovuta attenzione e soprattutto
sottoposti ad ampio e approfondito dibattito che servisse a cementarne la necessaria
condivisione. Alla fine, non essendo riuscito ad ottenere che ne fossero emendate le
deficienze più vistose non mi rimase che dissociarmi da quel testo, ribadendo dissenso
e non partecipazione.

Due aspetti di quelle 9 fitte pagine che rappresentano il “Manifesto dei Valori”
del PD mi sembrano assai poco utili per contribuire a far crescere nel Paese una forza
politica che serva al suo progresso (se e quando questo tornerà ad essere una
desiderabile caratteristica della politica in Italia). Un aspetto riguarda in generale il
principio di legalità, cioè la necessità che il rispetto della legge torni (o inizi?) ad essere
il primo pilastro della nostra convivenza. Possibile che di sicurezza e di legalità si parli
soprattutto quando si introduce l’argomento dell’immigrazione e quindi della necessaria
integrazione degli immigrati? Non dovremmo cominciare noi a rispettare tutte le nostre
leggi, anche per dare il “buon esempio” agli ultimi arrivati?

Il secondo aspetto riguarda appunto il tema di cosa sia una moderna economia,
caratterizzata da efficienza ed equità. Possibile che si parli molto sia del lavoro sia del
compito attribuito alle imprese, senza mai far riferimento al fatto che alla fine in


un’economia di mercato il giudice dell’efficienza con cui capitale e lavoro si combinano
è pur sempre il consumatore?

La frettolosa approvazione di quel documento, all’Assemblea Costituente del
PD avvenuta il 16 febbraio 2008, ha di fatto impedito ogni ulteriore riflessione e
dibattito che permettesse quell’approfondimento critico oggi ancora più necessario data
la crisi economica nel frattempo esplosa. Privi di un’àncora di valori condivisi, ci
vediamo ridotti a navigare a vista in tempi difficili che richiederebbero una qualche
“visione” della società economica nella quale vorremmo vivere. Sembriamo incerti e
divisi tra chi ritiene che il furto sia reato e peccato solo se sono gli altri a commetterlo.
E chi invece sogna un mondo in cui sia ancora vero il detto di Proudhon secondo cui è
la proprietà ad essere un furto.

Ma torniamo al libro di Prodi, dal quale molte altre cose degne di nota possono
essere estratte.

La tesi di fondo del libro (la sintesi è a pag. 353) è che la civiltà europea
progredisce dopo la fine del 1° millennio quando si separano potere sacro e potere
politico, e ciò avvia quel processo rivoluzionario che ha permesso la nascita di un
potere economico, a sua volta distinto da quello politico. Un potere economico legato
ad un capitale mobile, cioè svincolato dalla terra, e quindi non limitato e non soggetto
al dominio da sempre riferito a tutto ciò che è invece monti e fiumi, campi coltivati e
abitati. Il capitale svincolato dalla terra – e quindi un potere economico distinto da
quello politico – ha permesso l’avvio del sistema democratico e liberale, la nascita sia
della civiltà industriale sia delle nostre libertà costituzionali e dei nostri diritti.

E’ in quel processo che il furto cambia natura: non è più l’ingiusta
appropriazione di un bene altrui, ma diventa la violazione di un contratto cioè la
violazione delle regole del mercato come soggetto collettivo.

Il bello della ricerca di Prodi è che non c’è mai – come forse è proprio inevitabile
nel caso dell’umanità – un vincitore definitivo e irrevocabile. Perché continuamente
anche nei secoli a noi più vicini, la dialettica tra i diversi ordini di poteri si ripropone,
con lo Stato-teocratico e con lo Stato-imprenditore, ma anche, ahimè!, con le “religioni
secolarizzate politico-imperiali del comunismo e del nazifascismo”, cioè con
l’assorbimento all’interno dello Stato di tutto il potere: quello sacro, quello politico e
quello economico.

La successiva vittoria delle democrazie occidentali è la vittoria di un mondo
dove la democrazia politica si coniuga con il mercato, e anche in presenza di un
capitalismo militarizzato sopravvive la dialettica tra potere economico e potere politico.


Di qui l’interesse per le “riflessioni attuali” – poco più che provocazioni – con cui
Paolo Prodi conclude il suo lungo lavoro di ricerca. Riflessioni che assieme riguardano
sia lo stato attuale della globalizzazione – in continua ascesa fino a metà 2008, in
improvviso e grave declino nei mesi successivi – sia le difficoltà, culturali prima ancora
che politiche e quindi anche economiche, in cui si trova l’Italia. Trovo utile la
conclusione di Prodi di ridicolizzare le diatribe nostrane tra statalisti e neoliberisti. E’
ovvio che in Italia “abbiamo troppo poco Stato per mantenere le regole del bene
comune e troppo poco mercato per avere una vera concorrenza”. Ma abbiamo anche
la confusione di tanti politici che cercano di avere potere economico e tanti interessi
economici che fanno politica. Da ormai molti anni, non potremmo far peggio.

E lasceremo agli storici il compito di spiegare la nostra attuale decadenza?
Prodi nelle sue ultime tre pagine insiste, e la cosa non stupisce, proprio su questo: la
storia non è la verità, ma ci aiuta anche a capirla. Confronta infatti i giudizi (opposti)
che del capitalismo odierno hanno dato sia Benedetto XVI sia il prof. Severino. Per il
Papa “il profitto è naturalmente legittimo nella giusta misura, è necessario per lo
sviluppo economico; ma il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido
di organizzazione economica.” Severino (in un articolo sul Corriere della Sera del 30
ottobre 2007) spiegava al papa che capitalismo, libertà, e verità sono cose distinte: il
capitalismo ha come fine non il bene comune ma il conseguimento del profitto; la
democrazia ha come scopo la libertà; un’economia cristiana non può esistere.
Puntuale la replica di Prodi: la storia ci aiuta a capire che è la dialettica tra ricerca del
profitto e ricerca del bene comune che ha portato alla nascita del capitalismo e della
democrazia, che “non possono esistere né coincidendo né separati uno dall’altro”. E
conclude così con la necessità di ripensare anche alla dimensione “peccato” del furto,
inteso in modo moderno, cioè contro il mercato e il bene comune.

 

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